Una “cura tedesca” per il nostro rugby? Servono idee, tempo e soldi. Ma sullo ius soli…

ph. Ina Fassbender/Action Images

Facciamo come la Germania. Quante volte l’abbiamo sentito dire nelle ultime settimane? Almeno dalla sera in cui la nazionale tedesca di calcio ha asfaltato – no: frantumato. Perché un 7 a 1 è quella roba lì – il Brasile nella semifinale del Mondiale che si è giocato proprio nel paese sudamericano. Tutti a parlare di modello da seguire e copiare pedissequamente, di un paese che ha saputo analizzare le sue difficoltà in ambito sportivo (leggi: calcistico nello specifico), trovare delle risposte e soprattutto che ha saputo aspettare la giusta maturazione per poter cogliere i risultati. Ovviamente buona parte di quelli che ora esaltano quel modello dalle pagine dei giornali e dai microfoni delle tv sono gli stessi dirigenti che ci hanno portato in questa situazione di difficoltà, gli stessi che se un mese fa qualcuno avesse proposto loro quel modello avrebbero risposto che era impossibile, che le due realtà sono troppo diverse, bla bla bla. Ma la cosa crediamo non stupisca nessuno.
Un modello fatto di strutture, di regole certe e rigorose, di attenzione ai vivai e alla formazione della classe tecnica. Ed è per questi motivi che ne parliamo qui, su un sito dove la palla non rotola via liscia come quella rotonda. Tanti tifosi e appassionati hanno ipotizzato una “cura tedesca” anche per il nostro rugby, che ne avrebbe un gran bisogno, ma che già potrebbe trarre giovamento se solo affrontasse i problemi che lo affliggono con un briciolo della serietà teutonica.

Ad ogni modo tutti i sostenitori del modello tedesco dimenticano sempre un tassello importante di quella costruzione, ovvero la legislazione sullo ius soli. Tutti a citare quasi come un rosario i nomi del turco Òzil, del tunisino Khedira, dell’albanese Mustafi, del ghanese Boateng e dei polacchi Klose e Podolski. Tutti indicati come “i figli della nuova Germania” – e lo sono – senza però spesso spiegare come hanno fatto a diventarlo. La legge sull’immigrazione tedesca sta per compiere dieci anni e prevede che i bambini nati in Germania da genitori stranieri dopo il primo gennaio del 2000 possono avere la cittadinanza anche se solo uno dei loro genitori ha il permesso di soggiorno permanente da almeno tre anni (per ottenerlo gli adulti devono essere in regola con i passaporti, avere un lavoro, aver pagato i contributi per almeno 60 mesi e non avere subìto condanne). Lo sport ha ovviamente beneficiato di questa normativa.
C’è da dire che la FIR in questo senso non è stata a guardare e già dallo scorso settembre ha stabilito con tanto di delibera del Consiglio federale “di equiparare ai giocatori di cittadinanza italiana quei giocatori nati in Italia o nati all’estero che, pur non essendo ancora cittadini italiani, abbiano iniziato nel nostro Paese l’attività rugbistica”. Uno ius soli sportivo di fatto che però senza la stampella della normativa generale difficilmente potrà dare gli stessi risultati, ma su questo la federugby può poco.
Basta? Ovviamente no. Servono idee precise e condivise e parecchi soldi. E poi c’è il “dettaglio” che la Germania del pallone che va a vincere la coppa del mondo di calcio è la squadra che negli scorsi anni ha vinto, ad esempio, gli Europei U17, U19 e U21 e che quindi oggi raccoglie quanto seminato prima. E qui si apre tutta un’altra vicenda.

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