Un lungo anno da Zebre: intervista ad Andrea Cavinato

ph. Sebastiano Pessina

Iniziamo facendo un bilancio della stagione delle Zebre. Mancano sei partite alla fine del torneo celtico, non molte ma nemeno pochissime, si può comunque iniziare a dire cosa è andato bene o cosa è andato male.
Dipende da come guardi il bicchiere: se è mezzo pieno devo dire che è indubbiamente positiva con tre vittorie, un pareggio, abbiamo fatto delle ottime prestazioni e alcune partite le abbiamo perse all’ultimo minuto con delle situazioni abbastanza strane, diciamo così. Parliamo di decisioni arbitrali. Questo vorrei sottolinearlo perché mi è spiaciuto vedere l’alzata di scudi che c’è stata nel fine settimana dopo la decisione del guardalinee e del TMO circa la meta annullata al Cardiff quando noi abbiamo subito cose molto, molto peggiori senza che nessuno si ergesse a difensore. E tra l’altro credo che la decisione presa sabato sia corretta. Voler trovare sempre della malafede in tutto è controproducente per il rugby italiano: quando vinciamo gli altri sono deboli, quando perdiamo siamo delle squadracce. Io credo che dovremmo tutti fare un po’ più lavoro di gruppo, sostenere le due franchigie e la nazionale che in questo momento ne hanno bisogno.

Mi pare di capire che quindi la classifica attuale delle Zebre sia a tuo parere bugiarda, almeno un po’.
Beh, sì, qualche punto ci manca. Abbiamo lasciato dei punti di bonus, ad esempio nelle due partite con l’Ulster: è una squadra davvero molto forte, di un altro pianeta rispetto a noi, ma se avessimo messo tra i pali tutti i calci che abbiamo avuto il bonus lo avremmo preso. C’è la partita a Edimburgo dove Tommaso Iannone viene placcato al collo dentro il loro 22 metri, l’arbitro tira fuori il braccio, noi calciamo un drop che non entra e il braccio alzato sparisce… Però poi il tutto si bilancia, diciamo che qualche punto in più potevamo averlo, ma non ci lamentiamo assolutamente anche perché sappiamo che siamo una squadra che deve crescere e soprattutto dobbiamo far capire a tutti che siamo uno staff e un gruppo di giocatori di una società che rappresenta tutto il rugby italiano e non solo la federazione. Questo lo trovo sempre molto poco gratificante nei nostri confronti.

Un bilancio invece sulla tua persona, cosa ti lascia questa prima esperienza celtica?
E’ una esperienza estremamente faticosa. L’altro giorno parlando con un mio caro amico gli ho detto: “Guarda, è come fare un Sei Nazioni lungo undici mesi”. Perché facendo il sei Nazioni U20 una settimana sei fuori casa, una settimana giochi in casa, sei sempre in movimento e sempre in aereo però il tutto dura un mese e mezzo. Il Pro12 è la stessa cosa ma su un periodo molto più lungo: non si sta mai fermi, sempre con la valigia in mano e per noi e per il Benetton Treviso è complicato. I viaggi sono molto lunghi, appena rientriamo dobbiamo subito rimetterci al lavoro per preparare la partita successiva.
E’ però anche una esperienza estremamente coinvolgente perché vivi e respiri il rugby di alto livello. Vedi anche le altre squadre che hanno rispetto nei confronti del rugby italiano e che questo rispetto è in crescita, non ti snobbano più come succedeva una volta e questo lo trovo molto importante.

Qual è il vero gap che separa le squadre italiane – Zebre, ma anche Benetton Treviso – da quelle irlandesi, gallesi e scozzesi
Innanzitutto c’è il senso di appartenenza, la volontà di dare sempre il massimo. Con questo non dico che noi o Treviso non lo facciamo ma dobbiamo imparare ad essere performanti quando sappiamo che una gara può essere vinta o che andiamo a incontrare squadre del nostro livello. E’ inutile nascondersi: è più facile giocare, e farlo bene, senza la pressione di dover vincere mentre è più difficile giocare con la pressione addosso e quando sai che puoi vincere una partita. Un esempio è proprio la partita di sabato contro Cardiff: sapevamo che era una squadra alla nostra portata e abbiamo fatto un ottimo primo tempo sbagliando anche troppi calci, nella seconda frazione abbiamo avuto paura di vincere e loro si sono riportati sotto. Abbiamo rallentato, abbiamo giocato un derby diverso e meno efficace e abbiamo rischiato di perdere la partita. E se fosse successo non c’era nulla da dire. Credo sia questo il vero gap e la vera differenza: noi non abbiamo ancora il killer instinct di vincere le partite quando possiamo vincerle e al contempo c’è qualcosa che ci frena nella testa. Quando riusciremo a risolvere questo gap mentale diventeremmo davvero molto più performanti.

C’è anche altro?
Beh, le differenze economiche e di budget pesano tanto. Faccio un esempio: Edimburgo è una squadra che ha il budget più o meno uguale a quello di Treviso ma nei momenti di difficoltà è andato a prendere rinforzi nel corso della stagione. Noi questa cosa non possiamo farla per problemi economici. Poi quasi tutte la squadre non italiane hanno una situazione di scambio di giocatori molto più fluida di quanto non abbiamo in Italia.

Cosa succederà la prossima stagione? Si parla davvero tanto di Treviso, Dogi, franchigie venete e anche di quelle laziali. Di Zebre invece si parla molto poco. Come vivete questa situazione di incertezza? Una presenza italiana nel Pro12 a venire è data per certa ma ancora firme e annunci ufficiali non ce ne sono
La viviamo come la vivono a Treviso, credo. Essere una franchigia federale non ci dà più certezze o tranquillità, anzi. Il Benetton sa che se non sarà in Celtic andrà in Eccellenza, noi questa certezza invece non l’abbiamo. I giocatori ne risentono, ho notato che sono un po’ frastornati da tutta questa situazione, ma forse noi abbiamo avuto un modo diverso di reagire: abbiamo provato ad alzare il nostro standard e non ci siamo disuniti.
Devo ringraziare i nostri giocatori più esperti: Bortolami, Perugini, Mauro Bergamasco e Geldenhuys che hanno saputo trasmettere certezze e sicurezze ai loro compagni più giovani o meno navigati. Sono persone davvero eccezionali e fino a che non le conosci a fondo non ti rendi conto di quanto hanno dato e stanno ancora dando al rugby italiano.
E’ un periodo difficile, sai che ci sono giocatori in partenza e che cambieranno maglia, però non va dimenticato che fa parte dello sport professionistico. Noi siamo riusciti a vivere con tranquillità e serenità, credo sia stata la nostra forza in questo momento.

Anche in questo forse dobbiamo crescere e superare un gap: all’estero a volte giocatori e tecnici annunciano l’addio per la loro società con tanti mesi di anticipo – Vern Cotter, ad esempio – eppure non succede nulla o quasi. Da noi invece c’è un che di psicodramma che rende le cose molto più complicate e difficili. Andarsene e cambiare aria fa parte delle regole del gioco, dovremmo forse diventare più professionali e freddi?
Mauro Bergamasco mi diceva che l’anno scorso le Zebre erano un gruppo di giocatori con alcuni tecnici, dei container che venivano usati come spogliatoi. La nostra forza – mi ha spiegato – è stata quella di restare uniti come gruppo tra atleti e staff. E di questo io devo ringraziare chi mi ha preceduto in panchina. Quest’anno siamo più squadra, abbiamo uno stadio, una casa e abbiamo anche delle certezze che la federazione è riuscita a trasmetterci. C’è serenità grazie al rapporto con Jacques Brunel, con il presidente Gavazzi.
Dopo di che chi vuole trovare un alibi ha il lavoro facile, ce ne sono migliaia, però bisogna capire che gli alibi non devono più fare parte del rugby di alto livello in Italia e della mentalità di un professionista. Un’altra cosa che Mauro dice sempre ai suoi compagni più giovani è “cerca di essere migliore principalmente per te stesso e poi per i tuoi compagni, perché questo è il tuo lavoro e tu devi farlo al meglio”.

Il presidente Gavazzi, presentando il piano per la prossima avventura celtica ha comunque prospettato una diminuzione del budget per le franchigie. La speranza è quella che entrino maggiori capitali privati, ma questo potrebbe essere un problema?
Partiamo dal presupposto che io sono una persona che stima molto il presidente federale e che quindi le mie parole potrebbero essere considerate di parte, ma non lo sono assolutamente quando dico che Alfredo Gavazzi è una persona molto pragmatica, che è un uomo che quando parla sa cosa cosa dice e difficilmente non riesce a portare a casa il risultato. La situazione economica non aiuta nessuno, non solo il rugby e non solo lo sport, e noi di questo dobbiamo prenderne atto.

Che obiettivi vi date per la prossima stagione?
Noi vogliamo essere un ponte fondamentale per la nazionale maggiore. Lavoriamo per l’azzurro e siamo molto felici che giovani giocatori come Sarto, Biagi o Palazzani vengano chiamati e si stiano facendo largo con Brunel. Dopo di che vincere fa sempre piacere, crescere è un obbligo ed è nella mentalità di tutti noi: non affronti una simile avventura se non vuoi crescere e migliorarti di anno in anno. Il prossimo, tra l’altro, avendo un sistema di gioco consolidato e più conoscenza tra i giocatori e la struttura tecnica credo le cose saranno un po’ più semplici. Avremo una continuità maggiore, cosa che quest’anno a volte è mancata.

L’Heineken Cup è ancora di un altro pianeta per noi, sembra di un livello davvero troppo lontano ed elevato
Noi non siamo riusciti a giocare come volevamo e come avevamo programmato. Certo avevamo davanti squadre come Saracens e Tolosa… E poi anche il Connacht: non voglio giustificare le nostre sconfitte, noi non siamo stati all’altezza, ma qualcuno dovrebbe ricordarsi che quella squadra ha un solo nazionale e gioca quindi sempre con la formazione migliore, ha uno dei tre migliori pacchetti di mischia del torneo celtico e può schierare un signore che si chiama Parks che all’apertura ti fa impazzire e che risolve non pochi problemi. E’ una squadra estremamente quadrata e solida. E poi vogliamo ricordarci che Connacht ha vinto a Tolosa? Era nata come una franchigia di costruzione per gli irlandesi è diventata una franchigia di qualità a tutti gli effetti.

Domanda al veneto Andrea Cavinato: ti piacerebbe vedere in campo i Dogi?
Tantissimo. Mi farebbe piacere, come mi fa piacere vedere sempre Treviso: indubbiamente io ho giocato più volte a Casale sul Sile che non a Treviso ma qualcuno forse si dimentica che la mia famiglia ha contribuito a fondare il rugby in quella città. Treviso ce l’ho dentro, poi se a giocare sia il Benetton o siano i Dogi cambia poco, l’importante è che il Veneto sia rappresentato: basta guardare la nazionale dove in 13 su 15 arrivano in qualche modo da lì, non riconoscerlo o nasconderlo è da pazzi. Bisogna però anche ricordare che il Veneto non deve far diventare questo un motivo di sfida, deve essere un motivo d’orgoglio e non altro. Isolarsi non sono convinto possa fare del bene al nostro movimento, bisogna guardare le cose in modo più bilaterale.

Quest’anno si è sentita molto in campo la presenza di Brendan Leonard, arrivo importantissimo che ha mantenuto tutte le promesse ma per il quale si parla insistentemente di sirene francesi…
Leonard ha un contratto in essere con le Zebre per questa stagione, la prossima e con la possibilità di allungare l’accordo per un’altra stagione ancora. Per quello che mi riguarda Leonard è e sarà un giocatore delle Zebre. E allenare giocatori così è un piacere e capisci perché uno è stato un All Blacks, non è mai un caso. Prima del giocatore c’è l’uomo e la mentalità, faccio un esempio: quando è arrivato non riusciva a capire perché alla fine della partita i suoi compagni di squadre gettassero per terra le maglie sporche, per lui era una cosa inconcepibile che la divisa della squadra potesse fare quella fine. E allora capisci che quando parli di queste cose non è tutto folclore.

C’è però ancora un problema-Parma, la città rimane fredda…
Sappiamo che dobbiamo lavorare, va detto che è una piazza di meno di 200mila abitanti e satura di calcio. Città come Milano o come Roma potrebbero essere più proficue a livello di pubblico, ma sono metropoli, noi stiamo in una città. In più Parma ha una cultura rugbistica che la porta ad avere campanilismi che poi si riflettono nella presenza allo stadio. Siamo però convinti che riusciremo a far innamorare Parma, e non solo Parma.

Ultima domanda. Il presidente Gavazzi ha detto più volte che vorrebbe un ct italiano per gli azzurri, prima o poi: a lungo termine, pensi alla nazionale?
(momento di silenzio, ndr) Chi non ci pensa? Dopo di che non basta essere tecnicamente competenti e avere le qualità richieste. Ho visto lavorare molti ct e ho notato che la dote principale da John Kirwan a Jacques Brunel è una estrema forza mentale perché le pressioni sono enormi e io inizio ad accorgermene ora con le Zebre. Forse le stese pressioni le ho trovate quando feci il Mondiale U20 in Italia e quando arrivai per la prima volta sulla panchina del Calvisano, ma allora ero poco più di un ragazzino e dovevo vedermela con Paolo Vaccari, Martin Castrogiovanni, Totò Perugini, Ciccio De Carli… fare il ct è un mestiere difficile e complicato.

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