Tecnica, visione di gioco, capacità di corsa: la fantastica solitudine dell’estremo

ph. Sebastiano Pessina

L’estremo? E’ un po’ come il libero nel calcio. Tanti anni fa l’avevano spiegata così. Altro che solitudine dell’ala destra, nel tempo del fango, era l’unico che rimaneva pulito, quasi sempre, fino alla fine. Considerato estremo difensore, qualcuno lo prendeva pure alla lettera e se ne stava per tutta la partita estremamente lontano dalla palla, pronto a ricevere i palloni calciati dagli avversari e, nel raro caso succedesse, di fare l’ultimo placcaggio per salvare la meta. Una descrizione del ruolo “estrema”, anche esagerata se volete, ma che serve a rendere maggiormente l’idea di quanto di nuovo c’è nel ruolo.
L’ultimo Sei Nazioni, oltre alle delusioni della nostra Nazionale, ci ha portato a fare una riflessione sul ruolo di estremo, full back come dicono gli anglosassoni. Pensateci bene e troverete, squadra per squadra, il migliore o uno dei migliori, con la maglia numero quindici: Rob Kearney per l’Irlanda, Mike Brown per l’Inghilterra, Halfpenny per il Galles, Dulin per la Francia, Stuart Hogg per la Scozia e Luke McLean per l’Italia.

Una situazione in contrasto, negli ultimi anni, con il ruolo di mediano d’apertura, dove è più difficile trovare interpreti convincenti: il migliore potrebbe essere Jonathan Sexton, se non avesse sbagliato punizioni e trasformazioni facili, nella decisiva partita con la Francia. Gli altri? Noi ora abbiamo la speranza di Allan, ma siamo sempre alla ricerca del prossimo Dominguez, la Francia non ha risolto con Plisson, oscillante tra l’anonimo e l’inconsistente, tanto che l’ultima di Tales è stata più convincente, il Galles rimane indeciso tra Priestland e Biggar, la Scozia è legata all’exploit di Weir (drop all’Olimpico), un buon giocatore ma nulla di più, e l’Inghilterra sembra aver trovato in Farrell continuità e solidità, ma non certo la fantasia e l’X-factor fondamentale quando si sale di livello.

Lasciamo da parte i mediani d’apertura e torniamo ai nostri numeri quindici. Se andiamo nell’emisfero sud vengono in mente i due Israel, il neozelandese Dagg e l’australiano Folau, e sul fronte sudafricano prende la fantasia più Willie Le Roux di Zane Kirchner. Mettendo in fila tutti questi indizi, o per meglio scrivere, tutti questi interpreti del ruolo di estremo, risulta evidente che siamo davanti ad una generazione di giocatori estremi di grande qualità. Si potrebbe cantare generazione di fenomeni.
Allora può essere interessante provare a scoprire cosa ha favorito questa trasformazione. In linea generale il mediano d’apertura, sempre più, si è trovato a dover scegliere e eseguire in un ridottissimo spazio-tempo a causa delle difese molto organizzate. La situazione per l’estremo è un po’ più favorevole, perché quando si ritrova con il pallone in mano, ha più tempo e più spazio, ovviamente non sempre.
C’è poi un altro aspetto, addirittura più importante per quanto non misurabile, che favorisce la crescita di chi gioca estremo. Più di ogni altro giocatore, il numero quindici ha una visione globale del gioco e della situazione di campo, se vogliamo “estremizzare”, è il giocatore che in campo ha il punto di vista più vicino a quello dell’allenatore, proprio perché il suo campo visivo è più ampio degli altri, che spesso sono assorbiti dalla lotta in spazi ristretti. Più di ogni altro giocatore, deve correre e pensare, anticipare il movimento del gioco, quello dei compagni, ma soprattutto quello degli avversari.

Se ci pensate bene è un allenamento fantastico per la mente. Sei in difesa e devi muoverti dietro la linea, anticipando ciò che faranno gli avversari, muovendoti in armonia con i tuoi compagni. Se la linea sale velocemente, devi farlo anche tu, per mantenere la stessa distanza. Se gli avversari calciano lungo, pedali indietro, se invece il calcio non ti supera, hai subito la possibilità di contrattaccare: dove sono i tuoi compagni? Come è disposta la difesa? Analizzare e fare la scelta giusta in una situazione di gioco non standardizzata, spesso fa la differenza: statisticamente circa il 40% delle mete nasce da situazioni di questo tipo. Ma non solo. Ricordate la parata di Brown sul calcio al volo di O’Driscoll? Oppure la meta di Kearney all’Inghilterra? Situazione differenti, quasi all’opposto tra segnare e non far segnare l’avversario.
Pensare velocemente è quindi la cosa che accomuna tutti i numeri quindici già citati, naturalmente si aggiungono qualità fisiche e tecniche. Sotto il profilo fisico, la velocità e la reattività sono le caratteristiche principali, dato per scontato che in epoca professionale, la struttura fisica sia sempre ben costruita. Sotto il profilo tecnico, l’estremo deve saper fare praticamente tutto, perché uno che si dà da fare, come ad esempio l’inglese Brown, si trova in una partita a giocare nella posizione del mediano di mischia, dell’apertura, e così via.
Non ci sarebbe da meravigliarsi se nel futuro prossimo, giocatori che si sono affermati in questi anni nel ruolo di estremo, evolvessero in fantastici allenatori.

di Antonio Raimondi

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