Squadra Interforze, quando il rugby si metteva la divisa da militare

ph. Sebastiano Pessina

Terza linea. Terza ala, per la precisione. Numero sette, per la pignoleria. Cioè: il rugby. Di tutti i quindici ruoli, l’openside flanker, cioè il terza ala dalla parte aperta è il rugby. Sempre in mezzo, sempre dentro, sempre al centro dell’attenzione, e del gioco, e della partita. Corre, passa, conquista, sostiene, placca, spinge, penetra. Se avesse quattro zampe: un Appaloosa. Se avesse quattro ruote: una Bmw. Se fosse un film: un western. Gli altri ruoli sono specifici, speciali, specializzati, invece l’openside flanker deve saper fare tutto e di tutto, ficcare la testa dove i trequarti non osano mettere i piedi, esplorare le praterie mentre i piloni si sollevano dalle trincee, inseguire il pallone come s’insegue un aquilone, o una cometa.

Pippo Minnella giocava terza linea. Terza ala, per la precisione. Numero sette, se ricordo bene. Sono passati tanti anni, più di trenta. Napoli, Interforze, la squadra dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, serie B, quando la serie B era la seconda serie, di più c’era solo la serie A. Campo dell’Arenaccia: dalla stazione, a destra, sempre diritto, non si poteva sbagliare, prima della caserma. Ci sono tornato, adesso si può anche sbagliare, perché la geografia è cambiata, le strade modificate, c’è perfino una sopraelevata, e l’Interforze non esiste più. Era una squadra unica, e i giocatori privilegiati, perché la vita da militare era limitata dal rugby, ridotta a qualche turno, a qualche guardia, a qualche parata, poi ci si allenava, si giocava, si faceva niente, si leggeva “Siddharta”, si andava al cinema, il lunedì si saltava su un traghetto e si sbarcava nelle isole, oppure si prendeva la Circumvesuviana e ci si avventurava a Resina, il mercato, roba americana, di seconda mano, braccio, gamba, spalla.

L’Interforze disputava campionato di serie B e campionato riserve. E amichevoli. Lì, per fare scena, la squadra non veniva chiamata Interforze, ma ribattezzata Nazionale militare. Era, più o meno, effettivamente, una Nazionale: per ricordarne solo alcuni, Pivetta da San Donà, Zaffiri, ma il papà, da L’Aquila, Collodo da Treviso, Anti da Milano, Appiani da Brescia perché Calvisano ancora non esisteva, Punzo da Napoli, Liberati da Segni, Perruzza da Roma, Graziani detto “Focone” da Frascati, e da Frascati anche Bargelli e Busi, Nicolosi da Catania, e da Catania anche Sapuppo e, prima di loro, Minnella. Pippo era solido e solidale. Non saprei come altro definire lui e il suo gioco. Concreto, pratico, consistente, presente. Scuola Amatori Catania, quella di Catotti, per dirne un altro ancora più solido e solidale, che non ti mollava un centimetro, neanche finita la partita e tornati negli spogliatoi. Gente da Magna Grecia, da battaglie navali, da assalti corsari, da torri saracene, da scorribande piratesche, da mattanze marinare, il tutto tradotto e interpretato e rappresentato su campi da rugby.

L’altro giorno Pippo mi ha telefonato. Era a Milano, di passaggio, con il figlio, Walter, che non gioca a rugby. Ci vediamo? Ci siamo visti. Grande e grosso, più pilone che terza ala, a occhio, almeno adesso, ma la stessa faccia ovale, lo stesso sorriso bislungo, gli stessi capelli rasati, gli stessi occhi luminosi, lo stesso colorito mediterraneo, più un bel paio di basettoni da maggiordomo scozzese, che hanno comunque il loro perché. La stessa solidità e solidarietà. Era come se non ci fossimo mai persi di vista, né di udito, né di tatto. Come se non fossero passati più di trent’anni, come se i trent’anni non avessero scalfito, tradito, modificato, strappato, scippato, come se indossassimo ancora la stessa maglia blu con una fascia orizzontale bianca, rattoppata, come se come se come se. Io dico che il merito non è nostro, io dico che il miracolo è del rugby. Che unisce. Per sempre.

di Marco Pastonesi

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