Simulazioni e comportamenti non corretti. Quando il rugby finisce nel pallone…

ph. Sebastiano Pessina

I casi sono molto pochi ed è per questo probabilmente che quando accadono fanno il giro del web. L’ultimo in ordine di tempo è stato Morgan Parra, che colpito da Maurie Fa’asavalu ha notevolmente accentuato la propria caduta, di fatto macchiandosi di uno dei gesti più insopportabili di tutto lo sport, soprattutto di Ovalia: la simulazione. Caso Parra a parte, proprio nei giorni scorsi dalle pagine del Telegraph Austin Healey metteva in allarme sul possibile ingresso di questa brutta abitudine nel mondo della palla ovale. Il motivo? L’interpretazione alla lettera del regolamento. Secondo Healey, il fatto che gli arbitri si attengano in modo molto aderente al regolamento potrebbe indurre i giocatori a forzare certe situazioni per ottenere un vantaggio. Un esempio su tutti, la contesa in aria: qualcuno, sapendo che l’arbitro applicherà alla lettera il regolamento, potrebbe fare il furbo saltando e contorcendosi in caduta non appena si sentirà toccato. Del resto, si legge, tutti saprebbero simulare un contatto in aria piuttosto che un placcaggio alto.

La preoccupazione di Healey, ci sentiamo di dire, rimarrà tale. Innanzitutto, nel rugby il contatto fisico avviene ad una tale intensità e “nitidezza” per cui il gesto scorretto è abbastanza facilmente identificabile e sanzionabile, o almeno lo è rispetto a discipline in cui l’infrazione rappresenta un momento ben più difficile da riconoscere e delicato da gestire. Un placcaggio al collo o con la spalla è ben più individuabile di un qualunque contatto nel pitturato (a proposito, in una delle gare della Finale di Conference 2013 Lee Brown James simulò uno sfondamento e fu punito con una multa di 5000$, briciole certo, ma comunque indicative di come ad altre latitudini ma soprattutto ad altre altezze sportive si combattano certe pratiche – per inciso, alla quinta simulazione sono 30.000$, alla sesta 9 su 10 scatta la squalifica).
Ma oltre che motivi strutturali al tipo di sport e di contatto, c’è pure un fattore culturale che in questo caso è legittimo rimarcare. Difficilmente qualcuno insegnerà ad un giovane rugbista ad assumere, o peggio allenare, certi atteggiamenti. Se succede in altri lidi la cosa non ci riguarda, quello che è certo è che dalle nostre parti cose del genere non se ne vedono. Perché è contrario allo spirito del rugby, ma soprattutto perché se non lo fanno McCaw e Folau allora non lo fa nemmeno il piccolo James giocando a touch al parco con gli amici.

Per quanto riguarda l’aspetto del regolamento e l’interpretazione dell’arbitro, la casistica delle possibile problematiche dipende tutta da questa domanda: bisogna sanzionare solo ciò che è volontariamente illegale o anche ciò che è involontariamente pericoloso? Posto che l’incolumità fisica rappresenta la dimensione imprescindibile del gioco ma anche l’aspetto potenzialmente più problematico (ne riparleremo quando Ezebeth & Company avranno ottant’anni), e premesso che arbitrare il rugby moderno è più difficile che giocarlo, resta il fatto che talvolta certe applicazioni troppo alla lettera puniscono la conseguenza senza valutare le intenzioni. Una possibile soluzione, ma probabilmente solo ideale, potrebbe essere sanzionare con un calcio indiretto il fallo pericoloso ma non volontario, alla stregua del diritto che discerne ciò che è colposo da ciò che è doloso. Ma valutare i singoli casi e soprattutto l’intenzionalità del gesto è probabilmente chiedere troppo ad un arbitro che già ha tantissimo da tenere sotto controllo. Nel dubbio, meglio punire e tutelare la salute. Fino a che si farà questo, difficilmente ci sarà da lamentarsi.

Di Roberto Avesani

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