Palloni ovali in fuga: quando il rugbista ha la valigia in mano

ph. Carl Recine/Action Images

Gli ultimi in ordine di tempo sono Giulio Cenedese, pilone classe 1988 che da Viadana è passato in Galles al Neath, e il pari ruolo Simone Ferrari, classe 1994, che ha colto la palla al balzo e da Mogliano è finalmente riuscito a trasferirsi in Francia, a Tolone, dopo che un paio di anni fa il suo trasferimento allo Stade di Parigi era stato bloccato dalla stessa Federazione.

Sono sempre più i giocatori italiani che in tempi recenti hanno scelto di fare esperienza all’estero. Senza scomodare i casi più celebri, come quello di Joshua Furno che nel 2012 scelse la ProD2 con Narbonne, basti qui ricordare che non più tardi della settimana scorsa gli italiani Dario Bordonaro e Davide Duca hanno vinto il campionato di Fédéral 2 con il loro club, il SA XV Charente. Spulciando qui e là in vecchie convocazioni per le nazionali giovanili, i casi non mancano: nella rosa dell’Italia Under 19 del 2007, allenata da Cavinato, sono presenti Marcello Magri, che al tempo era allo Stade Francais, e Andrea Bacchetti, che un anno prima si era allenato per un periodo a Biarritz.

Al di là del fatto che pochi dei giocatori sopracitati hanno poi raggiunto e mantenuto il livello internazionale, Furno a parte (a tutti gli altri lo auguriamo di cuore), resta sintomatico il fatto che spesso i giocatori scelgono di tentare la strada dell’estero. E qui non si parla di top-player che da Treviso si trasferiscono in Premiership, ma di giocatori che scelgono la Féd 2 o i club satelliti delle franchigie celtiche. Del resto, il confronto tra queste realtà estere e ciò che il nostro sistema ovale può offrire ad un giovane, promettente o meno che sia, appare purtroppo impietoso. La scelta di Bacchetti di passare da Rovigo alle Fiamme Oro la dice lunga su quanto certi giocatori vivano problematicamente l’idea di fare del rugby italiano la propria ragione di vita. Cosa cercano all’estero? Migliori strutture, migliori staff, società più efficienti, dirigenti che la parola “progetto” ce l’hanno in testa e non in pancia. Lo trovano? Sicuramente bisogna cercare meno che non qui da noi.

Prima o poi, però, qualcuno inizierà a domandarsi se questo non sarebbe un paese migliore se tutti i cervelli fuggiti fossero rimasti. Nel mondo dell’istruzione universitaria e della formazione professionale sono sempre più i progetti offerti da Regioni e organi ministeriali per permettere agli studenti di fare esperienza all’estero, a patto che poi tornino e mettano a disposizione del loro paese quanto appreso. E’ ipotizzabile una cosa del genere nel rugby? Certamente potrebbe essere un passo in avanti rispetto a certi sgradevoli precedenti, come il veto Fir sul passaggio di Ferrari allo Stade. E’ brutto privarsi dei propri migliori giocatori, anche alla luce delle regole di eleggibilità vigenti, ma è altrettanto riprovevole negare la possibilità di conoscere altri mondi ovali. Senza dimenticare che il libero scambio di giocatori e idee è una delle basi dell’evoluzione di qualunque sport.

Di Roberto Avesani

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