La vittoria a ogni costo: benvenuti su Planet All Blacks

ph. Marty Melville/Action Images

“This is All Blacks footy”. E’ la frase finale che un bimbetta di pochi anni dice nella pubblicità che sta andando in onda al momento per promuovere il Rugby Championship su Sky NZ. Dopo una serie di affermazioni sui kiwi sulle loro orgini e legami con il rugby, lei finisce guardando dritto nella telecamera con “Questo è rugby marcato All Blacks” e non c’è massima espressione del rugby giocato, della rivalità tra superpotenze, del rispetto tra mostri sacri del rugby moderno e del passato, di storia, di sudore, di ricordi, di partite perse e sconfitte che bruciano più del fuoco vivo che la sfida tra gli All Blacks e gli Springboks. Benvenuti al Rugby Championship.
Ci sono due scuole di pensiero molto forti il giorno dopo la partita: coloro che hanno assistito alla battaglia dal vivo e hanno etichettato quei 80 minuti come laboriosi e brutti e coloro che hanno vissuto ogni momento incollati alla televisione, che hanno invece ritenuto il match epico. Facilmente ci accomuniamo alla seconda scia di pensiero e aggiungiamo che erano tre anni, dal 23 ottobre 2011 che la tensione degli ultimi cinque minuti era tale da impedire di poter guardare la partita se non tra le dita della mano davanti agli occhi. Tale era la paura di una possibile meta avversaria.

Il Sudafrica come ogni nazione di rugby che si rispetti quando affonta gli All Blacks viene per vincere, non come si dice a Roma, a pettinar le bambole! In più, sbeffeggiati dall’Australia la settimana precedente non vedevano l’ora di “fare del male” in terra kiwi. Se ci mettiamo anche nell’ordine: i 100 caps di capitano Jean de Villiers, la possibile scalata al top del ranking mondiale se avessero vinto con un gap di 16 punti e la distruzione del record casalingo delle braghe nere che tocca i 35 incontri in Nuova Zelanda, si capisce lo stato mentale degli Springboks.
La scorsa settimana abbiamo affermato che se si chiedesse di più agli All Blacks, sarebbe avvenuto proprio a Wellington contro i rivali di sempre. E così è stato.
Ma questi All Blacks, riescono ad emozionare sempre e comunque, con nomi vecchi e nuovi, con giocate vecchie e nuove, ma con lo stesso spirito che li contraddistingue negli ultimi 7 anni: vincere ad ogni costo. L’ex alenatore All Blacks della coppa del mondo 1999 John Hart dice: “Il sentimento della vittoria è fondamentale nella cultura degli All Blacks ed è stato forgiato per anni e ancora oggi è estremamente forte. La grandezza degli All Blacks è la propria tradizione che si ripete negli anni, il sentirsi parte dei giocatori con qualcosa che è accaduto prima di loro. Vincere è assolutamente il focus primario”.

Ne parlammo alla prima uscita contro l’Inghilterra della nuova tenuta mentale degli All Blacks e ne stanno facendo uso e consumo ora più che mai. Mai scomposti, mai preaoccupati. Rientrano dopo un primo tempo da incubo e si impossessano del set piece. Lasciate perdere il risultato striminzito, non è l’inabilità delle retrovie di avanzare e segnare, ma degli avversari di difendere su tutto, ogni centimetro di erba, perché tutto è zona di guerra. In fin dei conti se si va indietro nel tempo alle grandi battaglie degli anni ’60 e ’70, i punti segnati erano pochi, anzi pochissimi. Gli All Blacks hanno saputo oliare una macchina perfetta e se oggi i nomi di Aaron Cruden, Aaron Smith e Richie McCaw sono sulla bocca di tutti è anche dovuto al lavoro, diciamo dietro le quinte, che sabato dopo sabato alcuni giocatori ci offrono. Su tutti la seconda linea Brodie Retallick, 23 anni, 30 presenze in nazionale, sempre presente, mai un partita no, mai un errore, una seconda linea che passa, porta palla, placca, insomma fa tutto e di più.
E poi Conrad Smith, 32 anni, 80 presenze in nazionale. Diteci quel che volete, ma se Brian O’Discoll era il principe del centro, Conrad non può che esserne il re!

La velocità del processo decisionale, la leadership, la comunicazione con chiunque gli si affianchi a second-five-eight, la calma e la costante perserveranza nel cercare la vittoria, ne fanno il centro più forte al mondo. Ben Smith, 28 anni, 32 presenze in nazionale, l’utility back per eccellenza, dove lo metti produrrà una prestazione di classe mondiale come sabato scorso dove si adattato al ruolo di second five eight come una scarpa comoda. C’e’ chi giura possa giocare anche mediano di mischia, ruolo che ha ricoperto nelle giovanili.
Ma’a Nonu e Dane Cole non viaggeranno in Sudafrica. Il primo fermato da una frattura all’avambraccio verrà sostituito da Crotty e Fekitoa, con un occhio puntato su quel SBW la cui squadra di NRL potrebbe finire la stagione prima del previsto. L’ultimo darà il posto a Nathan Harris che fu scelto nel ruolo di apprendista nel 2012 per affiancare Cole e Mealamu quando era ormai incombente il ritiro di Andrew Hore. E poi Luatua, Thrush e Cane. Il record casalingo è salvo, ora occhi puntati al Rugby Championship e alla imbattibilità che dura da ben 21 partite. Eppure, una sconfitta non ci starebbe male. Meglio ora che tra 12 mesi.

di Melita Martorana

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