La tassa celtica e le accademie italiane, troppe per i neozelandesi

ph. Sebastiano Pessina

Flashback numero uno: a fine gennaio in una intervista rilasciata al giornalista di Repubblica Massimo Calandri il pilone azzurro Martin Castrogiovanni parlava così delle Accademie: “Ne abbiamo più che in Nuova Zelanda. Boh”.
Flashback numero due: il 16 maggio scrivevamo dell riunione del board IRB a Dublino dove si è discussa la richiesta di un finanziamento aggiuntivo da parte dell’Italia. Perché? Così ne parlavamo:
“…il board dell’IRB ha affrontato diversi temi e tra questi è stato toccato anche quello della richiesta italiana di un finanziamento extra di 2,4 milioni di euro. Motivo ufficiale della richiesta: lo sviluppo del rugby, ma l’utilizzo che la FIR vuole fare è un altro e cioè dirottare quei soldi al board celtico per far scendere la tassa di partecipazione al Pro12 per il prossimo quadriennio a “soli” 2,4 milioni di euro al posto dei 4,8 richiesti. Mettiamo la parola “soli” tra virgolette perché è vero che si tratta di un forte sconto rispetto a quanto pagato nel quadriennio appena concluso, ma sono comunque molti di più della totale cancellazione più volte annunciata a mezzo stampa dal presidente Gavazzi”.
Questo il quadro dell’ormai nota “questione tassa celtica”. Un finanziamento che però ha incontrato l’opposizione – prima più forte, poi più morbida – delle federazioni dell’emisfero sud, quella neozelandese in testa. I dubbi riguardavano proprio la necessità di usare quei soldi per una unions del Sei Nazioni e che quindi già riceve parecchi finanziamenti internazionali. Una decisione dovrebbe essere presa a ottobre.

Vi starete però chiedendo cosa c’entrano le parole di Castrogiovanni sulle Accademie con con la tassa celtica: fonti neozelandesi hanno rivelato a OnRugby che a Dublino la FIR per giustificare la richiesta all’IRB di quei soldi ha esposto nel dettaglio il Piano Accademie e Centri di Formazione. Il senso era: vogliamo crescere, ci servono quelle Accademie e quindi anche i soldi per metterle in piedi e tenerle in vita. La reazione da parte della delegazione della NZRU (non solo) è stata però piuttosto fredda con i suoi rappresentanti che sono rimasti parecchio stupiti dal numero di queste “scuole di rugby”.
Ora, non sappiamo se le parole del CEO neozelandese Steve Tew siano state come quelle di Castro (il “Ne abbiamo più che in Nuova Zelanda. Boh” di cui sopra), ma il senso probabilmente non era molto diverso.
Ricordiamo che la federazione dei tuttineri non ha direttamente sotto il suo controllo nessuna accademia, che rimangono invece nelle mani dei club. La NZRU decide però la strategia e indirizza dei fondi, tocca poi ai responsabili dell’Alto Livello supervisionare l’intera struttura. Questo a fronte di un numero di tesserati che è molto più alto del nostro: poco meno di 150mila contro i quasi 78mila italiani.

Paragonare il movimento neozelandese con quello italiano per qualcuno potrà sembrare come mettere assieme le pere e le mele. Magari è così, ma parliamo comunque di rugby: le profonde differenze di storia e tradizione sono innegabili ma va comunque detto che i membri del board internazionale hanno a che fare con realtà completamente diverse tra loro e conoscono mondi rugbistici estremamente sviluppati o altri dove la palla ovale è come una mosca bianca. E’ insomma gente che tratta di Australia e Indonesia con una certa cognizione di causa in entrambi i casi, quindi il loro stupore – se lasciamo da parte le facile battute partigiane – può diventare un momento di riflessione sul Piano Accademie della FIR e spingerci a fare qualche domanda, tralasciando per un momento quello a volte troppo ideologico che contrappone le accademie federali ai club: quel numero di centri di formazione è tarato a dovere sul nostro movimento? Ad animare l’intero progetto federale c’è una sorta di gigantismo? A voi le risposte…

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