La crescita del rugby rosa e il paradosso della serie A. Qualcuno è felice…io no

1003597_10200988122225829_868954688_n

“Il Rugby, gioco da psiche cubista, guerra paradossale perché legata a una regola astuta che vuole le squadre avanzare sotto la clausola di far volare il pallone solo all’indietro, movimento e contromovimento, avanti e indietro”. Stamani mi frulla in testa questo bel pensiero di Alessandro Baricco, avanti e indietro, paradosso, parole che nel mio solito ondeggiare giornaliero su questo treno, oggi stranamente pulito e ordinato, finisco per cucire addosso al mio rugby. Il mio rugby, non è quello patinato del Sei Nazioni, o delle infinite dispute sul perchè ci sia Treviso in Pro12 piuttosto che i Dogi. No, il mio rugby è quello delle ragazze, quello del campionato che tra mille difficoltà cerca di arrivare in fondo, quello del presidente felice, che ha deciso che la sua felicità è il premio più ambito per chi si occupa di rugby femminile e quindi niente soldi, risorse, riforme, accademie o quant’altro. Io invece oggi felice non lo sono per niente, perchè giusto ieri mi è capitata sottomano una notizia proprio brutta, una di quelle che ti lasciano un po’ così per giorni, con l’amaro in bocca. Un’altra squadra se ne va, dal campionato. Già. Stavolta tocca alle ragazze del Ferrara, le “Velenose”, un bel nick guadagnato sul campo che le ragazze meritano in pieno di portare. Dopo tre bei campionati ricchi di soddisfazioni, di gioie e forse anche di qualche delusione, un bel tour con tanto di partite in Inghilterra, da dove le ragazze sono uscite battute ma tra gli applausi, le Velenose domani alzeranno bandiera bianca. Troppo poche, troppi infortuni. Già troppi “troppo” per chi ogni anno deve dare già il 110% sul campo. Non è una resa certo, ripartiranno dalla Coppa Italia, come ha fatto il Benevento, con l’obiettivo di ritornare presto, non è una resa, ma una sconfitta si e non per loro ma tutto il nostro rugby rosa, che in quanto a paradossi non ha nulla da invidiare alla controparte maschile. Il gioco delle ragazze è in crescita ormai non lo sento solo dire, si può toccare con mano l’aumento delle squadre di Coppa Italia, la nazionale disputa un Sei Nazioni da record, 3000 persone a Rovato, 2000 a Santa Maria Capua Vetere… E le nostre squadre di Serie A intanto muoiono. Se non è un paradosso questo. Gerundi, Pesaro e adesso Ferrara, ma da quello che so ci sono anche altre squadre che hanno fatto una fatica immane a portare in fondo questo campionato. Come sapete io alleno Le Fenici di Bologna ed anche noi quest’anno abbiamo fatto per arrivare in fondo al campionato, 28 giocatrici ed ogni domenica ti trovi comunque a mettere delle pezze, inventare, far esordire e tirar fuori conigli dal borsone delle maglie, quelle si, che almeno si presentano sempre in ventidue. Le “Velenose” sono avversarie sul campo, è derby per noi e per loro. Partite dure, nessuna di loro e nessuna delle mie si è mai risparmiata, a volte hanno vinto loro, a volte noi, ma tutte sono sempre uscite dal campo con la lingua a terra. Ognuna ha dato, a se stessa, alla squadra, al rugby rosa. Mi verrebbe da pensare che forse in cambio hanno ricevuto meno di quel che meritavano, ma non voglio farlo, in fondo “il rugby è voce del verbo dare”. In mezzo a tutti questi pensieri che oggi non so mettere in ordine però non posso fare a meno di chiedermi: “Com’è possibile tutto questo?” E di conseguenza “la crescita è davvero così reale?” La Coppa Italia è uno strumento fantastico, rugby di formazione, avvicinare le ragazze al gioco, ma poi? Come possiamo catalizzarla questa crescita? Ho incontrato squadre di mezza Italia quest’anno: L’Aquila, Benevento, Roma e tante altre, parlato con tanti allenatori e tutti arriviamo sempre alla stessa conclusione: “servono i numeri”. Ma io mi domando e dico ma se ci sono 70 squadre di Coppa Italia possibile che non ci sia modo di convogliare queste ragazze dopo un percorso di avvicinamento e formazione al rugby a 15s? La risposta di tutti sta nello sviluppo dei settori giovanili, ma questa è una pianta che sta cominciando solo ora a dare per qualcuno in primi frutti e nel frattempo? Sento sempre parlare di giardini e giardinetti, orti ed orticelli, e mi vengono in mente i tanti paradossi (ancora questa brutta parola) della mia Toscana: Prato e Firenze, Pisa e Livorno e via discorrendo, ma in quante parti d’Italia ci sono due o tre squadre di Coppa Italia in pochi Km? Io ho ragazze che per giocare a Bologna arrivano da Modena, Sassuolo, Faenza, Forlì, Cesena e Livorno e questo succede in tutte le altre squadre del campionato a 15s. Non siamo forse noi sempre i primi a sostenere che il rugby rosa funziona meglio di certa controparte maschile? Lasciatemi credere che non siano solo parole. Perchè la nazionale deve crescere ancora, perchè dobbiamo andare al mondiale 2018, perchè vogliamo mettere nel mirino l’Irlanda ed arrivare tra le prime tre del Sei Nazioni e per fare questo non c’è bisogno di avere 70 squadre in Coppa Italia, c’è bisogno di averne almeno 16 e ben strutturare a fare il campionato a 15s con tutte le formule che volete, ma il numero è quello. Due divisioni, play-off, retrocessioni e scudetto. Obiettivi utili a dare una struttura professionale al rugby rosa in Italia. E’ necessario alzare il ritmo del gioco, lavorare sulla fisicità, ampliare il bacino delle “azzurrabili”, perchè è questo che le ragazze meritano, perchè è questo che le ragazze vogliono, non ci basta più un presidente felice.

LORENZO CIRRI