Italrugby, un incubo lungo un anno. Appunti sparsi su una squadra che non sa ritrovarsi

ph. Sebastiano Pessina

Un anno fa stavamo parlando di quello che da molti è stato considerato come il miglior Sei Nazioni di sempre della nazionale azzurra. Dodici mesi dopo il panorama è completamente cambiato: la Banda Brunel esce dal uno dei suoi peggiori tornei (il peggiore in assoluto?) e a rendere più tetro il tutto c’è una striscia di ko lunga un anno visto che dalla vittoria sull’Irlanda di metà marzo 2013 alla sconfitta con l’Inghilterra di questo sabato abbiamo perso tutte le partite. Una sola vittoria, a novembre con Fiji, partita che tra l’altro non verrà certo ricordato come esempio di gara ben giocata. Anzi.
Bene, anzi, male. Ora siamo qui a cercare di capire il perché di una involuzione tanto profonda quanto larga: nel senso che non c’è un solo aspetto, anche se importante, ad aver affossato tutto il resto. Qui in realtà quest’anno c’è poco da salvare, quasi nulla: la partita con il Galles e parte di quella con la Francia. Il resto meglio dimenticarlo.
Inutile prendere qui numeri e statistiche che non farebbero altro che confermare questa fotografia: subiamo tantissime mete, non abbiamo possesso, quando conquistiamo un pallone spesso lo perdiamo nel giro di qualche secondo. Abbiamo fatto passi indietro sotto la tenuta atletica e non parliamo di quella mentale: l’Italia lotta, su questo non devono esserci dubbi, ma non c’è la giusta concentrazione, ci si perde spesso in un nonnulla.

C’è poi la questione giocatori giocatori. Nel gruppo azzurro non c’è una concorrenza famelica, questo è un dato assodato, ma il nostro movimento ancora ne produce in un numero troppo esiguo. La rosa però quest’anno si è allargata con l’ingresso dei vari Campagnaro, Esposito, Furno, Sarto, Allan e Iannone. Insomma il posto in squadra nessuno te lo garantisce, chiedere a Benvenuti o Sgarbi giusto per fare due esempi. E poi c’è un punto che non viene sufficientemente sottolineato: questa non è una squadra scarsa ma una squadra che sta giocando male, cosa piuttosto diversa. Questo gruppo di giocatori può dare molto di più (lo ha dimostrato solo un anno fa), per qualche motivo non ci riesce.
Jacques Brunel? Ha responsabilità anche lui ovviamente, forse però meno di altri. Forse dovrebbe lasciare la briglia un po’ meno sciolta ai suoi giocatori e dare indicazioni un po’ più rigide, ma con il senno di poi siamo bravi tutti. Non sempre abbiamo capito la gestione dei suoi cambi, però tutto sommato non ce la sentiamo di buttargli la croce addosso. A volte il ct sembra un generale a cui hanno dato un buon esercito ma uno scarso numero di munizioni. A oggi non capiamo quanto la federazione si muova lungo le strade da lui indicate o quanto in realtà non avvenga il contrario, ma è una domanda con una risposta che non avremo mai e che il diretto interessato ha abilmente “svicolato” anche ieri in sala stampa.
C’è infine la situazione di incertezza in cui versano molti giocatori che non sanno dove giocheranno la prossima stagione. E’ vero che la cosa di sicuro non aiuta ma stiamo parlando di professionisti che dovrebbero mettere nel conto anche queste situazioni. Tra tutti i “perché” al torneo azzurro questo ci sembra quello più simile a un alibi.

Ora si stacca, gli atleti tornano ai club e a fine maggio la nazionale si ritrova a Roma per preparare il tour nel Pacifico. Al Mondiale manca poco più di un anno e una manciata di partite. Il tempo non c’è e le soluzioni in questo sport non hanno quasi mai effetti immediati. Quello che bisogna cambiare è l’approccio mentale: essere più cattivi, cinici e smaliziati. Imparare ad adattarsi rapidamente al metro di giudizio dell’arbitro. E tornare a non mollare mai, per 80 minuti. Anche perché attorno a quel prato verde ci sono ogni volta 70mila persone che sono la ricchezza più importante del nostro movimento, l’unica che non dobbiamo assolutamente perdere.

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