Italrugby, l’insostenibile pesantezza di chi vuole arrivare in alto senza costruire dal basso

ph. Sebastiano Pessina

Dopo un brutto Sei Nazioni la speranza di tutti era che il tour del Pacifico potesse far ritrovare a tecnici e giocatori la giusta confidenza, ma soprattutto far tornare la Banda Brunel alla vittoria. Purtroppo, nemmeno aver giocato contro nazionali più abbordabili ha aiutato, e contro Samoa è arrivata la sconfitta consecutiva numero otto, la dodicesima nelle ultime 13 gare. Prendersela con chi ci mette la faccia oggi, però, francamente non sembra intellettualmente onesto.

Lo diciamolo subito a scanso di equivoci: cambiare allenatore in questo momento sarebbe un suicidio. E non un suicidio singolo, ma doppio se non di massa. Primo, perché significherebbe gettare la croce addosso a chi non più tardi di un anno e mezzo fa ci ha portato ha giocare il migliore Sei Nazioni della nostra giovane storia, non solo dal punto di vista del risultato ma probabilmente anche da quello del gioco (posto che il piano di gioco migliore non è quello spettacolare ma quello vincente, o quantomeno quello che aspira ad essere tale).
Secondo, perché significherebbe bruciare chiunque arrivi dopo: che sia un traghettatore fino alla Coppa del Mondo o un candidato alla successione, cambiare in corsa e soprattutto a pochi mesi dal fondamentale giro boa del 2015 sarebbe in ogni caso una scelleratezza. A cui lo spogliatoio potrebbe tra l’altro reagire malissimo. Questa decisione, se proprio, dovrà essere presa dopo il Mondiale, con serenità e alla luce di quanto verrà fatto in meglio fino ad allora.
Il problema è che l’orizzonte appare piuttosto cupo. Joe Schmidt, che guiderà l’Irlanda nostra avversaria nel girone, potrebbe scrivere questa sera la formazione che il 4 ottobre 2015 giocherà contro l’Italia nel girone iridato. Noi ancora non sappiamo chi mandare in mediana. Ma questa e altre situazioni non sono certo figlie degli ultimi anni. Se oggi non raccogliamo, è perché ieri non abbiamo seminato.

Per questo bisognerebbe interrogarsi su quanto fatto fino ad adesso, indagando in profondità cosa nel sistema ovale italiano non funziona. La sensazione è che la Federazione sia al comando di una vecchia macchina (un carrozzone, verrebbe da dire in politichese) che per stare al passo delle altre potenze ovali necessita del triplo del carburante. Possiamo continuare a rabboccare e a dannarci l’anima per farla andare più veloce. Oppure possiamo fermarci un attimo, smontare le varie componenti e migliorarle una alla volta. Perché per allenare il minirugby, inestimabile bacino di giocatori, basta un corso di pochissime ore che abiliterebbe chiunque ad insegnare le basi a chi per la prima volta tocca una palla ovale? Perché per allenare il medio-alto livello bastano pochi weekend, e da altre parti settimane? Perché bisogna spendere energie e trovare bizzarre giustificazioni per formare a tutti i costi un’apertura italiana quando nel resto del mondo, non solo sportivo, si parla un’unica lingua? Perché in proporzione spendiamo meno soldi delle altre Federazioni nel rugby di base?
Che sia il modo di investire i propri soldi o di allenare i propri tecnici, copiare da chi fa meglio non significa alzare bandiera bianca, quanto piuttosto dimostrarsi umili e non arroganti. L’aspirazione ad arrivare in vetta è forte, ed è giusto sia così. Ma se prima non hai fatto gli esercizi giusti, se hai voluto bruciare le tappe, una volta sul tetto della piramide resti senza ossigeno e crolli a terra. E cosa peggiore, sotto non c’è nessuno a sostenerti.

Di Roberto Avesani

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