Irlanda meglio degli All Blacks nei test di novembre. E quel Retallick…

ph. Anthony Phelps/Action Images

Concluso il mese di novembre è arrivato il momento di tirare le somme del gioco espresso dalle varie nazionali per capire in che direzione si sta muovendo il gioco in ottica World Cup 2015.
Dalla finale vinta dagli All Blacks nel 2011 mai le squadre dell’emisfero nord sono parsi così competitive e performanti contro i tre giganti dell’emisfero australe. Giocando un po’, andiamo a stilare una speciale classifica delle prime otto squadre del ranking mondiale dove il parametro principale è la qualità del gioco espresso.
Un primo dato significativo è emerso da tutte le partite giocate: è sempre più difficile, se non impossibile, imporre con continuità ed efficacia il proprio schema strategico in attacco indipendentemente dal tipo di difesa che ci si trova di fronte. Le squadre che stanno alla testa della mia classifica dei test di novembre sono quelle che più di altre hanno adattato le opzioni di attacco allo schema difensivo o hanno addirittura stravolto il loro stile di gioco per esplorare i punti deboli delle linee difensive avversarie.
Un secondo aspetto del gioco molto interessante è che l’uso del piede in tutte le sue declinazioni dà, alle squadre che lo sanno sfruttare, una varietà enorme di opzioni per superare la prima linea di difesa sempre più fitta, aggressiva ed organizzata.

All’ottavo posto la Francia (nel ranking World Rugby è alla posizione numero 7) che dopo due belle vittorie su Australia e Fiji è inciampata su un’Argentina tutt’altro che irresistibile confermando ancora una volta il male cronico dei galletti: l’inconsistenza. I transalpini sono in grado di vincere o perdere contro chiunque a causa della quasi inesistente strutturazione del loro gioco che a volte da fuori rischia di sembrare più improvvisazione che adattamento.
Al settimo posto la Scozia (8) che dopo aver avuto ragione dell’Argentina (9) in maniera fin troppo netta nel punteggio ha impensierito anche gli All Blacks. La squadra di Vern Cotter è un cantiere aperto e quella più difficile da giudicare. Beneficia decisamente del periodo d’oro degli ultimi tre anni di Glasgow. Più dei due terzi dei titolari infatti provengono dalla squadra allenata da Townsend che propone un rugby stile emisfero sud. Questi progressi verso un gioco totale si riflettono inevitabilmente anche sullo stile della nazionale del cardo.

Sesti troviamo gli Springboks (2) che dopo i grandi proclami postumi alla vittoria sulla Nuova Zelanda nel Championship non hanno saputo confermarsi al banco di prova europeo. Una vittoria di misura sull’Inghilterra ed una poco convincente prestazione contro l’Italia non bastano a nascondere le due sconfitte contro Irlanda e Galles. La nazionale sudafricana è parsa troppo monodimensionale nel proporre gioco. Sempre legata all’estrema fisicità dei propri avanti, che hanno trovato pane per i loro denti, non ha saputo trovare sempre il guizzo vincente da parte di Le Roux e Habana esaurendo le proprie munizioni troppo in fretta.
Surclassata dal punto di vista strategico e tattico contro Sexton e compagni hanno ceduto anche allo scontro frontale con i gallesi segnando qualche crepa nel loro credo rugbystico. Quando il gioco si fa duro però il Sud Africa è sempre stato presente per cui credo che l’attuale amnesia possa essere recuperata nonostante non siano molte le carte del mazzo a disposizione di Heyneke Meyer.

Al quinto posto c’è il Galles (6) che dopo 15 anni si è tolto di spalla la “scimmia” di eterno incompiuto contro le nazionali dell’emisfero sud. In tutte le partite è sempre parso in grado di poterla spuntare ma troppe volte nel momento della verità ha riscoperto una fragilità mentale difficile da nascondere. E’ la squadra che più di chiunque altro riesce ad annullare l’attacco avversario grazie ad una “blitz defence” straordinariamente efficace ma che richiede un dispendio di energie enorme. La lucidità sembra essere il problema principale della squadra di Gatland. Dopo essere riusciti a tenere in scacco gli All Blacks per 70 minuti un “pick and go” azzardato di Halfpenney nei propri 22 metri ha dato l’assist alla marcatura dei tutti neri e un “box kick” di liberazione stoppato a Mike Phillips ha regalato la meta a Read che ha chiuso la partita. La tenuta nervosa in queste situazioni di potenziale rottura quando il match è ancora in equilibrio li separa ancora dai top team mondiali.

Il quarto posto va all’Inghilterra (4) di Lancaster che con la vittoria sui Wallabies ha raddrizzato un novembre che poteva finire molto male. La sconfitta contro gli All Blacks è stata più netta di quello che racconta il 24 a 21 finale perché McCaw e compagni hanno saputo comunque gestire il match con discreta facilità adattandosi anche alle difficili condizioni meteo degli ultimi 20 minuti. La nazionale della Rosa paga la mancanza di un timoniere di calibro che sappia prendere per mano la squadra nei momenti di difficoltà.
Tanti giocatori creativi nella linea dei tre quarti rischiano di perdere il bandolo della matassa ecco perchè la presenza di Twelvetrees secondo me può dare più equilibrio alla manovra della linea arretrata. L’eterno dilemma tra Farrell e Ford può nuocere alla tenuta psicologica dei giocatori stessi sotto pressione. La sensazione è che questa Inghilterra sia una buonissima squadra in ogni reparto ma che le manchi sempre quel “quid” che rischia di lasciarla incompiuta.

Terza è l’Australia (5), che si guadagna questa piazzamento più in virtù del nuovo corso di Michael Cheika che per le vittorie su campo. Il gioco dei Wallabies è ampiamente squilibrato verso una volontà di mandare fuori giri l’avversario, gli anglofoni direbbero “out-play”, senza avere un equilibrio strategico predefinito. Questo credo sia voluto in questa fase da Cheika che conosce bene le qualità dei giocatori australiani ma ha anche vissuto sulla sua pelle gli equilibri strategici del gioco dell’emisfero nord.
Ho la sensazione che in questo momento sia più preoccupato di capire chi può guadagnarsi la sua fiducia incondizionata in ottica mondiale e solo in un secondo momento bilancerà il gioco australiano.

Secondi sono gli All Blacks (1), molti storceranno il naso a non vederli in cima alla classifica ma è vero che il divario dai primi è più dettato dalla voglia di novità che da un reale gap. I neozelandesi hanno un’incondizionata fede nel “game plan” ma rispetto al passato è proprio il “game plan” a plasmarsi sull’avversario di turno. La vittoria sul Galles è emblematica in questo senso. I due mediani neozelandesi hanno calciato più possesso in 80 minuti che probabilmente in tutte le altre tre partite di novembre. Quando hanno cercato a tratti di sfondare il muro rosso hanno costantemente trovato la porta chiusa ed hanno continuato a scavalcare la linea di difesa con il piede, obbligando i giocatori gallesi e rientrare sistematicamente spendendo molte energie. Questa strategia “conservativa” ha dato i suoi frutti per tutta la partita in termini di territorio ed ha pagato in termini di punteggio negli ultimi 10 minuti, quando la lucidità dei gallesi è stata minata dalla fatica.
Questa abilità e capacità di adattamento fa degli All Blacks la squadra di assalto perfetta con un piano A, un piano B ed un piano C e D pronti all’occorrenza. Non so se basterà per vincere per la prima volta nella storia la Web Ellis Cup “back to back” ma non vedo una posizione migliore per prendere la mira e fare centro.

Al primo posto ci sono gli Irlandesi (3), che dopo il trionfo sfiorato sugli invincibili All Blacks dello scorso anno hanno mortificato strategicamente il Sudafrica e vinto a viso aperto contro l’Australia. La squadra di Joe Schmidt ha una clinica efficacia che disarma gli avversari. Sembra possedere le chiavi giuste per aprire qualsiasi difesa e fa dell’uso sapiente del piede l’arma più pericolosa. “Box kicks” e “up and under” per dare pressione, rasoiate tese per le ali, piccoli chip oltre la linea per i centri sono solo alcune delle opzioni nei piedi di Sexton e Murray.
La superiorità strategica è evidente e va dato ampio credito alla preparazione e meticolosità di Joe Schmidt oltre che alle splendide doti di orchestratori di Murray e Sexton.
Ma dove la nazionale del trifoglio ha surclassato gli avversari è nella competenza difensiva. Per saper difendere devi saper attaccare: se proponi un gioco altamente sofisticato, con molteplici opzioni e chiarezza comportamentale, quando ti trovi a difendere contro attacchi meno “evoluti e raffinati” del tuo ti ritrovi in una posizione di forza. O’Connell e compagni spingono inesorabilmente gli avversari a finire le frecce al loro arco!
La qualità individuale tecnica, tattica e attitudinale dei giocatori irlandesi sembra esaltarsi nelle mani del miglior allenatore sul panorama mondiale e quando questi due ingredienti si combinano i risultati possono andare al di là del razionalmente raggiungibile!

Menzione speciale merita il Word Rugby Player of the year 2014 Brodie Retallick. E’ la prima assoluta per una seconda linea e sicuramente va a testimoniare lo spessore di questo giocatore ma credo che questo premio sia ad il prototipo del rugbysta che verrà. Un giocatore con competenze tecnico tattiche specifiche del ruolo ma che sappia interpretare un gioco totale. Ogni squadra non potrà prescindere dai cardini della conquista ma dovrà avere intelligenza tattica in ogni suo ingranaggio.
Il pilone, ad esempio, che faceva solo le mischie si è estinto molto tempo fa, ma il pilone che sa fare le mischie e un po’ d’altro ha i minuti contati perché presto sarà necessario il pilone che sa fare le mischie ma abbia l’intelligenza tattica e strategica di un trequarti, e questo sarà valido per ogni ruolo. Per questo vediamo giocatori come Kurtley Beale o Ben Smith giocare estremo, ala e apertura con un’efficacia disarmante. Un’ala che non pensa come un’apertura sarà sempre in colpevole ritardo nella copertura del campo… Nuova Zelanda, Australia e Irlanda vanno già in questa direzione tutti gli altri sono già in ritardo!

di Marco Bortolami

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