Irlanda, Inghilterra, Francia e… Italia: il Sei Nazioni secondo Marco Bortolami

ph. Sebastiano Pessina

Finito il Sei Nazioni 2014 è tempo di bilanci “a bordo campo”. Inghilterra ed Irlanda si sono giocate il primo posto fino all’ultimo secondo, due squadre che giocano un rugby apparentemente simile ma che scavando in profondità ha delle differenze sostanziali.
L’Irlanda di Joe Schmidt è la copia del Leinster, squadra che ha dominato l’Europa negli ultimi anni, non a caso più di metà dei giocatori proviene dalla provincia di Dublino e questo fatto ha naturalmente scatenato non poche polemiche dalle parti di Limerick. L’allenatore neozelandese ha deciso di puntare su di un gruppo collaudato e soprattutto abituato ad un certo lavoro ed organizzazione di gioco. Schmidt è un coach estremamente meticoloso e puntiglioso, tanto da risultare poco gradito ad alcuni giocatori quando allenava in patria, ma a quanto pare in Irlanda sembra aver trovato il proprio habitat ideale.
In base all’avversario di giornata, la squadra del trifoglio organizza nel dettaglio le prime tre fasi di gioco per cercare di mettere in estrema difficoltà la sua difesa. La seconda meta sulla Francia infatti ne è l’esempio perfetto: mischia a destra sulla metà campo avversaria, prima fase giocata con un punto di incontro al centro del campo per O’Driscoll, la difesa francese anticipa nel senso, all’esterno del punto di incontro, lasciando scoperto il gap all’interno dello stesso che viene attaccato da Murray e Trimble che era rimasto “nascosto” fino all’ultimo. Per segnare una meta così “clinicamente” eseguita c’è bisogno di uno studio maniacale dell’avversario per riconoscere come le terze linea francesi anticipino nel senso del gioco lasciando un invitante gap tra loro e le due seconde linee, che impegnate nella spinta in mischia chiusa, risultano inevitabilmente in ritardo. La capacità di individuare ed ingigantire le “cattive abitudini” dei difensori avversari attraverso movimenti specifici fa di Joe Schmidt e dei suoi giocatori delle vere e proprie squadre d’assalto.

Nella continuità del gioco invece lo schema utilizzato è quello di lanciare gli avanti e i due centri sulla linea del vantaggio fino a squilibrare la difesa o fino a mischiare i difensori, cioè creare quei miss-match attaccabili dai velocisti irlandesi che corrono sempre su due linee di attacco. Ancora una volta la terza meta irlandese ne è la dimostrazione: Trimble isola e batte all’esterno Papé per il break che porterà poi alla marcatura di Sexton.
Quello che impressiona e affascina di questa Irlanda è la capacità di giocare un numero altissimo di fasi senza mai scomporsi o disunirsi, dando sempre al loro playmaker due/tre opzioni di passaggio, ponendo costantemente domande alla difesa. Questa organizzazione multifase si basa sul principio di avere alcune strutture preorganizzate che vengono interpretate di volta in volta dai giocatori che si trovano in una precisa posizione e devono offrire al playmaker una valida opzione di attacco. E’ chiaro che il coefficiente di difficoltà per organizzare un attacco così efficace risulta molto alto ed è proprio questo il motivo per cui Schmidt si è affidato a molti giocatori che già conoscevano il suo “spartito”!

L’Inghilterra dal canto suo adotta uno schema di gioco più semplice, che fa della difesa aggressiva la prima arma. La capacità di togliere opzioni all’attacco per tarpare le ali a qualsiasi manovra di ampio respiro è la priorità per gli uomini di Lancaster. A tutto questo poi va aggiunta una decisa ricerca dell’avanzamento per linee dirette passando attraverso o sopra i difensori avversari. Questo tipo di gioco rispecchia molto quello che si vede nella Premiership e nel campionato di Rugby League inglese, dal quale proviene Andy Farrell, il vero ispiratore di questo quindici della rosa. In quest’ottica due arieti come Billy Vunipola e Manu Tuilagi possono dare un’incisività completamente diversa alla manovra inglese anche contro difese molto fisiche ed organizzate.
Fisicamente l’Inghilterra sembra leggermente in vantaggio rispetto all’Irlanda che la sopravanza invece nella capacità di creare ritmo e volume di gioco. Queste due super potenze europee dovranno però scontrarsi nel prossimo futuro con i loro alter ego dell’emisfero sud, la Nuova Zelanda ed il Sudafrica che hanno dominato la scena internazionale degli ultimi dieci anni portando a livelli altissimi queste due filosofie di gioco.

Una cosa che accomuna invece queste due corazzate europee è il gioco tattico al piede adottato nei propri quaranta metri. Entrambe le squadre privilegiano dei calci alti e contestabili che atterrano tra la linea dei quaranta metri e quella di centro campo. Se ben eseguita questa azione garantisce percentuali di recupero del pallone anche superiori al 50%. Al contrario calciando in rimessa laterale “regalerebbero” il possesso del pallone all’avversario in attacco, o calciando lungo si esporrebbero a pericolosi contrattacchi o ad una inversione di pressione su un successivo “up and under” di ritorno. Se il calcio alto viene eseguito dal numero 9 questo è diretto sull’asse del raggruppamento, per permettere all’ala dal lato chiuso di arrivare sul punto di caduta dell’ovale, se invece viene effettuato dal numero 10, il calcio atterra sul corridoio dei 15 m sul lato aperto, per consentire all’ala da quel lato di inquinare la ricezione ai difensori. In moltissimi casi il giocatore che va a caccia del pallone calciato non punta ad impossessarsi dell’ovale ma si accontenta anche solo di impedire una presa “pulita” al difensore per poi lasciare ai propri compagni la caccia dei palloni vaganti.

La terza squadra che poteva ancora matematicamente vincere questo Sei Nazioni all’ultima giornata era la Francia, che ha battuto fortunosamente l’Inghilterra nella prima partita e ha quasi rovinato la festa ad O’Driscoll a Parigi. Per i galletti un analisi così specifica è molto difficile in quanto il loro gioco è molto meno strutturato e lineare e si basa maggiormente su un’interpretazione in tempo reale delle varie situazioni. I giocatori francesi sono maestri in questo, crescendo fin da piccoli con questa propensione al gioco “rotto”, che gli ha portati a successi importanti, ma che in assenza di meccanismi ben delineati li porta anche ad avere dei grossi problemi di continuità di prestazione, come si è visto nell’ultima coppa del mondo o nel recentissimo Sei Nazioni.

Chiudo con alcune semplici riflessioni sul Sei Nazioni dell’Italia. Le ultime prestazioni sono state molto deludenti e noi giocatori siamo i primi critici di noi stessi, sempre i primi a metterci in discussione ed i primi a pretendere un’inversione di tendenza quando le cose vanno male. E’ altresì chiaro che nelle nostre teste e nei nostri cuori questo Sei Nazioni lascia una cicatrice indelebile perché abbiamo l’ambizione di giocare al livello delle migliori nazionali. Le considerazioni tecniche sui singoli e sulla squadra poi spettano al nostro allenatore Brunel ed al suo staff.
Una considerazione più generale però mi sembra doverosa. Il “Rugby” che il nostro movimento (e non squadra nazionale) ha espresso negli ultimi 10 anni è stato lo stesso che hanno espresso i nostri avversari? Quando dico “Rugby” intendo tutto quell’insieme di valori culturali, di professionalità, di professionismo, di ambizione commerciale, di formazione qualitativa giovanile, di attenzione mediatica, di programmazione a tutti i livelli. Se noi vediamo la prestazione sul campo della nazionale come la risultante di tutte queste componenti non possiamo non renderci conto che le poche (purtroppo) vittorie dell’Italia dall’entrata nel Sei Nazioni, comprese quelle dello scorso anno o del 2007, siano state più il traino al movimento che non la sua naturale espressione di crescita. Ecco perché anche in un momento come questo di profonda delusione credo sarebbe meglio rimboccarsi le maniche a tutti i livelli per tendere a 360 gradi a quegli standard che hanno i club e le federazioni in Irlanda, Inghilterra e Francia… per non scomodare quelle dell’emisfero australe!

Ricordiamoci che se non tendiamo a tutti i livelli ad un miglioramento continuo e sostanziale i giovani di oggi non cresceranno con la consapevolezza, la convinzione e l’attitudine di essere un giorno i migliori al mondo nel loro ruolo. Fino a che non inizieremo a pensare in questi termini ci sarà sempre un gap, non fisico o tecnico, ma attitudinale da colmare con i nostri avversari. I giovani irlandesi, inglesi o francesi vestono la maglia della propria nazionale sognando, lavorando e crescendo con l’attitudine di diventare i numeri uno al mondo… e perché per noi che ci confrontiamo con loro dovrebbe essere diverso? Non si tratta di arroganza ma di sana ambizione, dedizione ed amore per il proprio lavoro!
Tutti sappiamo che i mezzi soprattutto finanziari dei nostri club sono pochi ma ciò non ci impedisce un cambio di mentalità a beneficio di tutti, andate nel più piccolo ed umile club inglese o gallese e ditemi se non si respira “Rugby” ad ogni angolo di muro ammuffito o zolla di terra bagnata, e magari scoprirete una targa che celebra Wilkinson o Warburton perché proprio li hanno mosso i primi passi di una gloriosa carriera.
Chi scende in campo comunque deve fare del proprio meglio sempre, anche andando al di là di tutto ciò ma visto che il rugby è lo sport di squadra per eccellenza credo che per una sfida culturale così grande come quella di trasformare il nostro “rugby” in “Rugby” ci sia bisogno della forza, voglia, competenza e supporto di tutti!

di Marco Bortolami

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