Il rugby, i suoi fratelli e la necessità di tornare a scuola

Oggi strabordiamo. Nel senso che parleremo anche e non solo di rugby. Perché a volte la cronaca e la storia infilano una serie di episodi che se messi assieme non possono non indicare un quadro generale su cui intervenire. E questo quadro dice che lo sport italiano non se la passa un granché bene: dell’eliminazione della nazionale di calcio dai Mondiali in corso i Brasile si sono scritti (e si stanno scrivendo: il dio pallone…) fiumi di parole, qui non è il caso di ricordare gli ultimi 12 mesi dell’Italrugby che tanto sappiamo tutti come sono andati, poi c’è un’atletica leggera in grande sofferenza da tanti anni, il basket fuori dai Mondiali e che arranca in Europa, gli sport invernali che rimangono a galla grazie ad alcuni acuti… E qui stiamo parlando di rappresentative nazionali, che la situazione a livello di club è forse peggiore. Di sicuro lo è quello della base dove la questione spesso non è come o cosa vincere, ma sopravvivere.
Potremmo andare avanti ma non serve: lo sport italiano è in grande difficoltà. Sport di squadra o individuali non fa molta differenza. Non mancano le eccellenze, per carità (una su tutte? La scherma), ma la bilancia nel complesso volge al negativo.
Ogni realtà ha le sue difficoltà specifiche ma esistono un paio di elementi comuni: la mancanza di soldi e la non semplice penetrazione nel tessuto sociale in un paese che vede il calcio fare da padrone assoluto, a livello mediatico ed economico.

Fondamentale dovrebbe essere il ruolo delle scuole, ma qui scontiamo un ritardo culturale enorme. La ginnastica è da sempre quella materia in cui si fa poco e nulla, si gioca giusto a pallavolo o calcetto in strutture che definire inadeguate è poco. Chi riesce a fare di più è perché ha la rara fortuna di avere un insegnante o un dirigente scolastico interessato o particolarmente illuminato.
Bisogna fare entrare lo sport nelle scuole di tutta Italia, così come avviene in Francia (per non citare il troppo lontano mondo anglosassone). Creare una cultura sportiva vera e spalancare le porte a ogni diciplina per dare la possibilità ai ragazzi di scegliere cosa fare, eventualmente di cambiare. Di poter praticare uno sport in maniera seria e non come un tappabuchi nell’orario scolastico.
Per poter concretizzare una rivoluzione simile – che di questo si tratta – serve la volontà politica del governo (qualunque esso sia) di cambiare un andazzo pluridecennale e di investire i fondi necessari. Ne servirebbero tantissimi, lo sappiamo, ma se si trovano per un evento-spot ancorché importante come le Olimpiadi si potrebbero trovare per una riforma strutturale che avrebbe effetti benefici per anni. E poi ci vogliono federazioni reattive, pronte a cogliere al balzo l’occasione. Risultati? Sul lungo periodo, inevitabilmente.
A proposito di federazioni, torniamo a parlare di rugby: la FIR negli scorsi anni aveva annunciato progetti che avevano le scuole e gli oratori come punti focali. Quali i risultati? Non lo sappiamo, su entrambi i piani è calato il silenzio. Magari sono positivi, ma non ci scommetteremmo proprio per il mutismo che li circonda (pronti – e felici – di essere eventualmente smentiti).

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