Il passato a Calvisano, il futuro con la FIR per i giovani: Paul Griffen si racconta

ph. Pino Fama

Dopo quattordici anni a Calvisano ha detto basta, almeno sul campo. Paul Griffen, bandiera della squadra bresciana, lascia il rugby giocato al temine di una stagione che ha visto i gialloneri conquistare il loro quarto scudetto, al termine della finale vinta contro Rovigo davanti al pubblico amico. Ora per Griffen inizierà una nuova avventura, che lo porterà in giro per l’Italia con l’obiettivo di formare i futuri mediani della Nazionale.

Iniziamo dalla conquista dell’Eccellenza 2013-14. Il coronamento di una stagione che, numeri alla mano, avete dominato…
Il bilancio di questa stagione è molto positivo. Ci siamo trovati a luglio con una decina di giocatori nuovi, alcuni dei quali coach Guidi già aveva conosciuto alla guida della Nazionale Under 20. Devo dire che si sono inseriti molto bene nel nostro gruppo, e la vittoria finale è il gisuto premio al termine di una stagione in cui abbiamo lavorato molto.

Anche perché c’era un tecnico, Gianluca Guidi, alla prima esperienza in un Club dopo anni di nazionali giovanili. Come vi siete trovati?
Per noi più “vecchi” è stata una novità, perché non avevamo mai avuto modo di lavorare con lui, rispetto magari ai giovani che già l’avevano conosciuto in azzurro. C’è voluto un po’ di tempo per rodare gli ingranaggi e capire come voleva giocare, poi i risultati e il gioco sono arrivati e tutto è andato al meglio.

Che vantaggio può avervi dato essere allenati da un coach proveniente dall’universo delle nazionali?
Partiamo dalla premessa che allenare un club è diverso. In nazionale hai un bacino ampio, mettiamo di cento atleti, da cui scegliere, mentre al club hai la rosa di 30-35 giocatori e su questi ti devi basare per l’intera stagione. Ma da subito Guidi si è dimostrato preparato e organizzato, ha spiegato in modo molto chiaro le sue idee di attacco, difesa e contrattacco e ci ha trasmesso messaggi eccezionali. Il vantaggio maggiore è forse la sua capacità di adattare il gioco a seconda dell’avversario: in nazionale giochi contro Galles, Inghilterra, Francia, squadre ognuna con la propria identità di gioco, e ti devi adeguare. E così abbiamo fatto noi, adattandoci in parte settimana dopo settimana a seconda di chi avevamo davanti: il modo di difendere, la scelta dei lanci di gioco… E poi questo è uno stimolo a migliorare e cambiare sempre, senza mai adagiarsi su un singolo modo di interpretare il rugby.

E in Europa come è andata?
Aver giocato contro squadre europee di alto livello certamente ci ha aiutato. Ci siamo scontrati contro squadre forti ma sempre con la giusta attitudine alla sfida e al migliorarsi. Diamo sempre tutto, e il pareggio di quest’anno contro Brive lo dimostra. Giocare contro squadre di quel livello ti permette di misurare se stai lavorando bene.

Poi bisogna magari preventivare sconfitte larghe, costi per le trasferte, possibili infortuni…
Per come la prendiamo noi, è un’esperienza decisamente positiva. Giochiamo in tutto 22 partite di campionato e 6 di coppa, ma è in queste 6 che cerchi di concentrarti al massimo su un aspetto, magari la difesa o l’attacco o una fase di gioco, per migliorarlo in vista dell’impegno in campionato. Poi ogni società fa le sue valutazioni, ma per noila Challenge Cup è sempre stata una competizione da onorare e un’occasione per migliorarsi.

Quattro tuoi compagni di squadra (Haymona, Romano, Visentin e Lovotti) andranno alle Zebre. Come li hai visti in campo?
Sono molto contento per loro, e si meritano questo salto. Lovotti è un pilone sinistro davvero forte, in prima linea si è comportato molto bene e sono sicuro sarà lo stesso in Pro12. Non mi stupirei in caso di convocazione in nazionale in futuro. Visentin è migliorato molto, anche grazie a Guidi, che gli ha spiegato bene cosa fare in campo. Con Haymona avevo giocato contro ai tempi della Serie A, mentre da giocatore siamo stati assieme solo quest’anno. Rispetto ad altri numeri10 ha un fisico davvero importante e in più quest’anno ha imparato meglio la lingua e la comunicazione in campo, che è un aspetto fondamentale. Infine Lorenzo Romano, che gioca pilone destro, ruolo che richiede una preparazione molto specifica. Fisicamente fa sempre molto lavoro, è davvero impressionante da quel punto di vista.

Per loro l’obiettivo è certamente il salto di qualità
Sono molto fiduciosi per questa avventura alle Zebre. Cavinato sta facendo davvero un bel lavoro, la squadra gioca meglio e daranno il massimo per non deludere.

Torniamo per un attimo a Calvisano. Qual è il segreto di un posto così piccolo e che per tanti anni si conferma ai vertici del rugby italiano?
A me hanno sempre impressionato l’accoglienza e il calore con cui il paese abbraccia i nuovi giocatori, siano essi seniores o ragazzi più giovani. Tutti si integrano in fretta e tutti si trovano da subito bene. Poi certo, aiuta anche la tranquillità e il non essere troppo esposti. Cè poi la sensazione di sentirsi parte di un ciclo, di una grande macchina che si muove, e tutti vogliono dare il massimo per tenerla in movimento e mantenendosi ad alti livelli. L’ambiente poi è molto stimolante, nessuno si sente arrivato.

Da qualche giorno circola in rete un video che in qualche modo mostra questi aspetti di cui parli. Siete una grande famiglia insomma…
Certamente. La gente ti è molto vicina, e il paese è piccolo, e il rapporto tra noi giocatori prosegue anche fuori dal campo. Il fatto di incontrarsi per caso anche quando esci per fare la spesa o prendere un aperitivo, aiuta a fare gruppo e a sentirsi parte di un qualcosa di grande. Fuori dal campo abbiamo molte occasioni per stare insieme. C’è un legame molto forte tra noi.

Delle tue tanti stagioni e vittorie, c’è un momento che più ricordi.
Ci sono due momenti ben precisi e che non dimenticherò mai, ma non si tratta di vittorie. Certo, vincere uno scudetto è una grandissima gioia, ma le emozioni più forti le ho provate vincendo a Reggio Emilia la finale contro Firenze per salire in Eccellenza dopo gli anni di Serie A, e qualche mese dopo calciando il drop d’inizio a Padova tornati in Eccellenza. Ovvio che gli scudetti fanno piacere, ma il ritorno in Eccellenza è stata una vittoria di tutti, noi giocatori, staff e tutti i nostri tifosi.

Il fatto che tu sia rimasto a Calvisano anche in Serie A la dice lunga sul tuo legame con questa realtà…
Non avrei mai potuto abbandonare la squadra e la società in un momento così. Siamo riusciti a tornare a galla e poi a vincere lo scudetto. Ma non è stata una scelta difficile, avevamo tutti ben chiaro in testa cosa dovevamo fare: ripartire, lavorare duro e ritornare ai livelli più alti. Devo dire che gli sforzi hanno pagato.

Il tuo futuro cosa prevede. Da tempo circolano voci di un tuo possibile impegno con la Federazione…
Inizierò un lavoro nelle Accademie per la formazione dei mediani, sia di mischia che di apertura. Dopo Troncon-Dominguez non abbiamo trovato una coppia di mediani stabile, abbiamo provato diverse soluzioni. L’idea è quella di entrare in contatto con i rugbisti più giovani e lavorare su questo specifico aspetto.

Sarà una cosa stabile o girerai per le varie Accademie territoriali?
Ovviamente sarò spesso a Parma per lavorare con lo staff dell’Accademia Under 20, che gioca un campionato lungo tutta una stagione e quindi ha maggiori possibilità di collaborazione giorno dopo giorno. E inizierò proprio alla ripresa degli allenamento dell’Accademia nazionale Under 20. Ma poi girerò per vedere e conoscere i ragazzi, da Torino fino a Catania e Benevento. Girerò le varie Accademie per formare un gruppo con cui lavorare in modo specifico. La prima cosa però non sarà vederli giocare ma parlare con loro, conoscerli, capire le loro esperienze e se vogliono dedicare più tempo al rugby. Poi da lì passeremo alla tecnica e al lavoro più specifico e mirato.

Dovrai anche trovare giovani disposti ad investire sul rugby italiano a discapito magari di una miglior formazione scolastica. Cosa non scontata, di questi tempi…
Io cercherò di dare il messaggio che il rugby può darti molto e che ti può aiutare, anche a costruirti un futuro e una famiglia. Ma certo non voglio condizionare nessuno, solo conoscere i ragazzi e proporre loro in maniera onesta la possibilità di crescere assieme arrivando, perché no, all’alto livello. Se loro vorranno dedicarsi al rugby darà loro tutto ciò che ho. Ma viceversa, non voglio influenzare nessuno, solo aiutare chi è disposto a fare questa scelta. Del resto conosco bene me stesso, se qualcuno mi impone qualcosa da fare, faccio il contrario. Le scelte, specie quelle più importanti, che riguardano la vita prima che il rugby, vanno prese in modo naturale.

E’ un tentativo di rilanciare il Progetto Apertura o una strada nuova?
Non saprei dirti. So solo che sono molto carico e non vedo l’ora di aiutare questi ragazzi con la mia esperienza, per dare continuità al rugby italiano, che sta crescendo molto in termini di numeri. L’obiettivo è arrivare ad una coppia di mediani italiani, perché è importante che la nazionale italiana abbia un’identità italiana.

Detto da te, mi permetto, ma suona un po’ bizzarro. Quando ti vedevo in maglia azzurra non mi sarei mai permesso di pensare che la squadra avesse poca identità perché in campo c’erano due mediani non italiani…
Tantissime nazionali di alto livello hanno la coppia di mediani dal proprio paese. E’ importante che la squadra abbia la propria identità, e molto spesso questa è data dai due mediani, dal modo in cui sono stati formati e dal modo in cui crescono. Vero che non sono italiano, nemmeno Dominguez, ma anche Diego è stato in Italia tantissimi anni, ed è considerato da tutti italiano. L’obiettivo è anche quello di dare un’identità italiana alla squadra azzurra.

Perché non riusciamo a formare un’apertura nata in Italia?
Alcune società hanno poca fiducia nei ragazzi che escono dalle giovanili, e anche a livelli alti comprano stranieri da mettere nei ruoli più importanti. Ora le cose stanno un po’ cambiando.

Poi sono iniziati i problemi economici, alcuni sponsor hanno lasciato e le società si sono accorte di non aver coltivato una base di vivai con cui sostenere le prime squadre. E sono fallite.
C’è anche un altro aspetto molto importante. Il giocatore straniero spesso fa la differenza, ma senza trasmettere la sua conoscenza del gioco a chi sta sotto. E’ una cosa che ho capito soprattutto quando siamo scesi in Serie A. Il giocatore veramente forte non è solo quello che fa la differenza ma è quello che spiega come la fa e in che modo. Non devi nascondere nulla, è logico che tutti vogliano copiare da chi è più forte, ma se questo tiene in tasca tutta che senso ha? Il mondo del rugby è un libro aperto, e tutti dobbiamo dare ciò che abbiamo.

Sembrano le parole di un tecnico navigato. Ti vedi alla guida di una squadra, magari una nazionale giovanile?
Molti smettono e diventano subito tecnici, io intanto inizio per due-tre anni con questo progetto, poi vediamo come andrà e se saranno stati raggiunti gli obiettivi.

Per concludere ti chiedo un paio di cose sulla Nazionale. Quanto è importante questo tour?
E’ fondamentale fare risultati positivi. Le squadre isolane sono sempre toste, il Giappone sta crescendo molto e non sarò facile. Ma è importante dare continuità e raggiungere i risultati.

Poi magari laggiù c’è meno pressione ed è più facile rimanere concentrati.
Non puoi giocare sempre contro i più forti, perché alla lunga la sconfitta, per quanto sudata e a testa alta, può risultare frustrante. Questo tour avrà certamente partite più in bilico e più tranquille dal punto di vista mediatico, e i giocatori possono abituarsi a vincere. Se perdi, anche contro nazionali fortissime, poi ti domandi sempre il perché, se vinci invece puoi abituarti a fare bene e dare continuità…

Fine carriera e fine intervista. Tanti anni di allenamenti, partite, viaggi, vittorie, delusioni… C’è qualcuno che vorresti in particolare ringraziare?
Ringrazio molto mia moglie Karla. Siamo insieme da 23 anni, ci siamo sposati nel 1999, e lei ha vissuto accanto me tutti i momenti belli e brutti della mia carriera. E’ sempre stata la mia roccia, per me ha sacrificato tanto per permettermi di fare in libertà e tranquillità tutto ciò che ho fatto. Come sportivo, ma soprattutto come uomo, se le cose a casa vanno bene poi tutto viene più facile.

Di Roberto Avesani

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