Il “mio” Valsu: bilancio annuale del director of rugby Polla Roux

È arrivato al Valsugana Rugby Padova un anno fa per sviluppare un progetto tecnico e non ha alcuna intenzione di mollare. Polla Roux, sudafricano ma da molti anni residente in Italia, è stato confermato per la s.s. 2014-2015 come director of rugby del Valsugana, con il compito precipuo di formare gli allenatori del club. Con lui abbiamo fatto quattro chiacchiere per tirare le somme della stagione appena conclusa.

Allora Polla, com’è andato questo primo anno con il Valsugana?

Diciamo subito che ero alla mia prima esperienza come director of rugby, un ruolo diverso da quello di head coach, che ho coperto per tre anni a Rovigo. Il primo impatto è stato sicuramente positivo, perché l’ambiente del Valsugana mi ha trasmesso quella serenità che mi è mancata nell’ultima stagione a Rovigo, una piazza molto esigente, con grandi aspettative che ti mettono giustamente tanta pressione addosso. Questo passaggio mi ha aperto nuovi scenari, perché nel ruolo di formatore ho potuto e dovuto riflettere anche sulle mie personali capacità di tecnico.

Per quale motivo?

Vedi, finché sei un head coach hai le tue convinzioni e lavori per adattare la squadra al tuo sistema di gioco, senza metterlo troppo in discussione. Come director of rugby, invece, sei costretto a rivedere quelle stesse convinzioni, perché le devi proporre ad altri allenatori, non solo a te stesso. E nel mio caso si tratta di lavorare insieme a 35 tecnici, con cui lo scambio di informazioni è reciproco e non unilaterale.

Cos’hai trovato quando sei arrivato ad Altichiero?

Ho scoperto un club veramente organizzato e con idee molto chiare. Avevo già sentito parlare bene del Valsu, ma adesso ho capito i motivi di questa buona fama. Qui ci sono persone che si mettono a disposizione della società con alte qualifiche professionali e lavorano overtime, gratis. È un valore aggiunto incredibile, che i due presidenti − Fabio Beraldin e Gabriele Marchiori − sanno ottimizzare con molto equilibrio, grazie anche al sostegno di una segreteria efficientissima, che si fa carico di tutte le incombenze fuori dal campo, consentendo così a noi tecnici di concentrarci sull’attività in campo.

Possiamo dire che il tuo arrivo è stato ben accolto?

Di più! Le mie proposte hanno sempre incontrato l’entusiasmo di tante persone, che per aiutare me e il club non esitano a prendersi giornate di ferie. Pensiamo al 24 aprile, il giorno prima del nostro torneo di minirugby “Città di Padova”: in campo c’erano decine di volontari che hanno mollato l’ufficio per venire a tracciare linee, falciare erba, montare gazebo e quant’altro. Questa disponibilità crea un clima molto familiare e sereno, perché c’è sempre qualcuno pronto a darti una mano o a fornirti soluzioni. Ancora, ho incontrato un ambiente “vulcanico”, capace di produrre continuamente nuove idee, senza porre limiti, una condizione che dipende proprio dalla serietà e dalla dedizione di chi sta dietro le quinte. Per questi motivi ho rinunciato a proposte di altri club, per rimanere qui e proseguire un progetto tecnico in cui credo molto, nonostante abbia un po’ nostalgia del campo.

Parlaci del tuo lavoro di formatore, come ti sei organizzato?

In questo primo anno ho osservato e raccolto molti dati, per conoscere bene i meccanismi e le risorse del club. Inoltre, ho proposto incontri di formazione con professionisti provenienti dall’alto livello, cioè Sgorlon, Properzi, Smith, Goosen, Bester, Casellato, Da Lozzo. L’aggiornamento tecnico ha restituito una panoramica sui temi principali che gli allenatori devono sviluppare in campo, secondo i parametri dell’alto livello, prospettando cioè gli standard tecnici e atletici che i nostri ragazzi dovranno raggiungere al termine del loro percorso formativo. In questo modo gli allenatori possono acquisire riferimenti precisi e comuni verso cui orientare il proprio lavoro. Non solo, da questi seminari è emerso anche il modello didattico cui tutti i nostri tecnici devono adattarsi: programmazione scritta degli allenamenti, definizione chiara degli obiettivi, modalità della comunicazione con gli atleti, proposta e correzione degli argomenti tecnici, feedback. Ho insistito molto sulla comunicazione, che include momenti importanti del lavoro in campo: la spiegazione tecnica, la correzione, la gratificazione dell’atleta. Così è possibile costruire sia una linea tecnica comune, sia una metodologia di lavoro condivisa.

E per la prossima stagione cosa prevedi?

C’è già molto entusiasmo per le nuove iniziative che stiamo avviando. Sicuramente manterremo alto il ritmo degli aggiornamenti, ma nella prossima stagione potrò affrontare il secondo step del mio progetto, cioè più tempo in campo con gli allenatori, per curare insieme a loro i dettagli tecnici. Io credo che tutta questa attenzione che il club dedica alla formazione degli allenatori sia una carta vincente e devo dire che gratifica molto chi ha deciso di collaborare con il Valsugana.

Gli atleti come rispondono a questa impostazione dell’attività tecnica?

Bene, perché i loro processi formativi non possono che trarne beneficio. In certo senso abbiamo toccato il nervo scoperto del rugby italiano. Ho visto che qui in Italia molti allenatori prendono una qualifica, un livello, ma poi smettono di aggiornarsi e il loro effettivo lavoro in campo non viene valutato periodicamente. A pagarne le conseguenze sono gli atleti, che entrano nelle squadre seniores con gravi lacune. Se invece il sistema formativo assicura una crescita completa, poi il giocatore potrà adattarsi a qualunque tipo di gioco, senza problemi. Tutto ciò riesce se l’allenatore è competente, aggiornato e sa trasmettere entusiasmo ai propri ragazzi, cioè se loro imparano divertendosi, come dice sempre Julio Velasco.

Nel frattempo il Valsugana è cresciuto ancora in termini di numeri. Siamo arrivati a 540 tesserati attivi, 12 atleti convocati con le nazionali, squadre juniores e seniores che anche quest’anno hanno raggiunto grandi successi. Cosa ne pensi?

Penso che non sia causale, sono i risultati di un club che si è dato un progetto, lo ha messo nero su bianco e ora lo persegue con tutte le forze, grazie a una programmazione rigorosa, che purtroppo manca in molte società. Niente succede per caso. Ora sarà importante tenere la guardia alta, aggiornando continuamente i nostri obiettivi e le attività, in campo e fuori, per avere sempre una marcia in più rispetto agli altri. Credo che l’introduzione di un director of rugby nell’organigramma del Valsugana vada proprio in questo senso, e con i numeri attuali sono certo che nei prossimi anni arriveranno altre importanti affermazioni a livello agonistico. Di sicuro andrà migliorata la situazione dei campi, perché abbiamo già saturato tutti gli spazi e c’è bisogno di nuove infrastrutture per non bloccare la nostra crescita.

Grazie Polla, ora so che ti aspetta un mese di vacanza in Sudafrica…

Sì, non è proprio una vacanza, ci torno ogni anno per il mio corso di rugby, SA Experience, rivolto alla formazione di giovani atleti italiani. Per me è un’occasione di aggiornamento continuo, grazie alla frequentazione di tecnici molto qualificati e alla possibilità di assistere agli allenamenti di grandi squadre come gli Stormers. Così ogni volta torno in Italia con nuove conoscenze, che metto a disposizione del mio club, insieme ai materiali tecnici accumulati nel corso della mia carriera. Mi piace l’idea che la porta del mio ufficio resti aperta a chiunque abbia bisogno di un consiglio o di un confronto, per migliorare insieme.

L’articolo Il “mio” Valsu: bilancio annuale del director of rugby Polla Roux sembra essere il primo su On Rugby.