I nuovi Dogi, che assomigliano tanto a una franchigia che c’era in riva al Po…

ph. Paul Harding/Action Images

Si parla tanto di rinascita dei Dogi. Nei prossimi giorni vedremo che piega prenderà questa vicenda e potremo scrivere e leggere resoconti e commenti. Noi qui oggi però vogliamo rilevare e mettere una pezza su un piccolo misunderstanding – diciamo così – che attraversa un po’ tutti gli articoli, gli approfondimenti e le analisi che abbiamo finora letto su questa vicenda. Anche qui, su OnRugby.
E’ che si parla di rinascita dei Dogi senza rendersi conto che “questi” Dogi sarebbero una cosa completamente altra rispetto a quelli messi in piedi da Tino Alessandrini e Domenico Brovazzo a metà dicembre del 1973 in quel di Treviso e che nel maggio successivo a Padova fecero il loro debutto – vittorioso – contro i Leopards (era il 18 maggio 1974, quasi 40 anni fa). Quei Dogi, quelli vecchi, non solo erano una selezione a inviti ma erano in tutto e per tutto una società privata. Un vero club, insomma. Un’unica testa. I giocatori venivano invitati di volta in volta dalle altre società ma nulla di più.
Questi nuovi, quelli nascenti, hanno una diversa “natura”: saranno una società con cinque teste e un convitato di pietra come la FIR, che mettendo sul piatto 4 milioni di euro avrà inevitabilmente un ruolo. Saranno una società formata da altre società che si metteranno assieme per un comune intento anche se saranno al contempo portatrici di interessi privati. E non potrebbe essere altrimenti. E avrà giocatori e staff tecnico di proprietà.

Non stiamo dicendo che i Dogi di ieri erano in qualche modo “migliori” di quelli di oggi o viceversa. Semplicemente sono due cose diverse, anche perché in mezzo sono passati un po’ di decenni e il mondo del rugby è cambiato profondamente.
Quello che si sta cercando di far nascere è un quasi unicum nel panorama del rugby italiano. Quasi. Perché a ben vedere una società nata dalla “confluenza” di altre società l’abbiamo già vista al di qua delle Alpi, e pure in tempi piuttosto recenti: si chiamavano Aironi. Un’avventura finita male proprio perché gli interessi particolari a un certo punto hanno preso il sopravvento su quello generale, i vari club che dovevano contribuire (leggi: soldi) si sono defilati e alla fine Viadana si è trovata a dover gestire praticamente da sola una cosa più grande di lei.
Non scriviamo questo perché pensiamo che i nuovi Dogi percorreranno quello stesso cammino e che quindi la loro storia è già segnata – ogni storia, per quanto simile ad altre, è sempre un capitolo a sé – ma perché riteniamo che la difficoltà più grande a cui va incontro la probabile prossima franchigia veneta è proprio quella di riuscire a imporsi un destino comune che rimanga al di sopra delle volontà e degli interessi delle singole parti che la andranno a comporre. Una sfida difficile, soprattutto se messa in piedi in pochissime settimane. Ma le sfide a volte si vincono.

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