Gli All Blacks di oggi? Sono nati a Padova. E nubi si addensano sulla RWC 2019

ph. Sebastiano Pessina

La Nuova Zelanda è una nazione di 4 milioni di allenatori di rugby. Maschi e Femmine, grandi e piccini. Nessuno si aspetta nulla se non vedere gli All Blacks vincere contro tutto e tutti dimostrando tecnica e tattica superiori. Anche in un divino scontro tra All Blacks v All Blacks entrambe le squadre non posson far altro che vincere. Impossibile, direte, ma non per i neozelandesi.
La cattiva forma di giugno 2014 sta spazientendo il comune mortale che non si capacita come mai Captain Fantastic e i suoi scudieri vengano messi in difficoltà dall’Inghilterra. Poca memoria hanno questi uomini down under che dimenticano come gli All Blacks da un po’ di tempo zoppicano nei test-match di inizio stagione per poi esplodere durante il Rugby Championship.
Collera e insoddisfazione spingono i tifosi dei tuttineri a chiamate estreme e senza senso come “Richie McCaw non più capitano!” oppure “Richie McCaw non più negli All Blacks!”. Cose da pazzi.

La verità è che inizia quel ciclo buffo in cui la squadra di rugby più forte al mondo, la più blasonata, la più riconosciuta comincia a scricchiolare un po’ qui e un po lì. Sin dagli anni ‘20 dello scorso secolo, gli All Blacks, quelli che furono soprannonimati “The Invincibles” durante il tour nelle isole britanniche, hanno dettato le mode, i gusti, i trend e le innovazioni del rugby giocato. Nell’attuale format professionistico con l’avvento della coppa del mondo il ciclo è quadriennale e coincide con l’evento iridato.
Gli All Blacks iniziano la stagione successiva alla coppa da fenomeni, continuano a “fenomeggiare” in lungo e largo per 2-3 anni. Poi le squadre avversarie, dope averne studiato pure le etichette dei calzettoni che indossano, li raggiungono e gli All Blacks inciampano in buche di sabbia. C’è chi dice che la compagine del 2012-2013 è la piu’ forte squadra All Blacks mai vista su suolo terrreste. Vincerebbe anche contro i campioni del mondo quel 23 ottobre 2011 ad Eden Park. Il segreto è in un gruppo di nuovi arrivati che già da subito ha rinforzato il punto di coesione della squadra.
Se ancora non lo avete capito, ve lo diciamo ora: gli italiani che erano presenti a Padova alla finale del campionato mondiale U20 tra i Baby Blacks e l’Inghilterra sono un gruppo di miracolati dalla benevolenza del dio pallone ovale. Quella compagine di ragazzini in braghe nere sono il motivo per cui oggi gli All Blacks possono contare su una imbattibilità da record del mondo. Quattro nomi su tutti Julian Savea, Bauden Barrett, Aaron Smith e Brodie Retallick. In più quel Sam Cane ora infotunato i cui pazzi menzionati prima vorrebbero vedere la posto di Richie McCaw.

L’ondata nera funziona perché c’é un perfetto equilibrio, fuso perfettamente dalle 17 persone di supporto della squadra, che combina l’esperienza di mostri sacri come appunto Richie McCaw con la freschezza delle giovani leve. Ormai nella terza stagione in nero anche gli All Blacks meno “datati” sono giocatori di esperienza e forte attitudine mentale come abbiamo visto nelle settimane scorse.
Nella partita di sabato a Dunedin sotto il tetto del nuovo stadio costruito apposta per i mondiali del 2011, gli All Blacks hanno pasticciato nel primo tempo per poi, nel secondo tempo nel giro di 20 minuti, dare sfogo ad un festival di off-loads, aperture di gioco e penetrazioni da imbambolare il pubblico di tutto di il mondo ancora una volta. La leggenda vuole che un omino piccolo piccolo con una colla speciale per mani sia stato nascosto nei meandri dello stadio e che sia stato chiamato da Steven Hansen durante l’intervallo.
Richie McCaw può contunuare a coprire il ruolo di capitano anche questo sabato ad Hamilton, perché nonostante abbia sbagliato un placcaggio che ha portato ad una meta inglese, di placcaggi ne ha fatti tanti.
Di solito funziona così: i commentatori ne contano 15, poi le statistiche ufficiali ne danno 19, ma il tifoso sugli spalti può giurare di averne visti almeno 50!

Con l’inossidabile Conrad Smith infortunato è il momento di vedere quanto Malakai Fekitoa veramente vale, mentre diciamo di lasciare Ben Smith come estremo tutta la vita e spriamo di vedere Corey Jane un po’ di più. Nonostante ancora qualche problema di collaudo, Cruden deve partire al comando coperto da Barrett. Cruden e Barrett solo la clonazione del Dan Carter del Lions Tour 2005. Come se la divina apertura ha deciso di essere generoso e di spartire le proprie qualità in giro.
Capitan Fantastic invece può stare tranquillo. Almeno fino alla fine del 2015. Poi sono grattacapi per la NZRU che dovrà sostituire un patrimonio di muscoli, esperienza, ingegno, qualità e grinta con un gruppetto di giocatori in erba che non sono più stati capaci di vincere un mondiale giovanile nelle ultime tre edizioni. La sconfitta in questo Junior World Championship per mano sudafricana, non è la preoccupazione di oggi per la NZRU, ma quella del mondiale in Giappone nel 2019.
Lo ripetiamo, gli italiani presenti al Plebiscito in quell’assolato pomeriggio di giugno 2011 hanno visto i santi in paradiso.

di Melita Martorana

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