Franchigie che giocano come la nazionale: opportunità o “pensiero unico”?

ph. Sebastiano Pessina

E’ uno dei punti indiscutibili del piano-Gavazzi per le franchigie celtiche e lui – il presidente FIR, intendiamo – lo ha ripetuto ogni volta che ha potuto: le squadre che prenderanno parte al Pro12 che verrà dovranno “rispettare i principi di gioco della Nazionale”. Non una omologazione ma quasi. I due assistenti di Jacque Brunel – il rientrante De Carli e Berot – faranno da tramite con le due squadre.
Questo è uno dei punti più discussi delle ultime settimane: alcuni lo vedono come un passo avanti necessario, altri come un qualcosa di irrealizzabile se non addirittura di dannoso. Che gli staff tecnici delle tre realtà rugbistiche più importanti d’Italia si parlino e si incontrino regolarmente è cosa che andava fatta un secondo dopo aver deciso l’ingresso delle nostre squadre nel torneo celtico, non ora, comunque meglio tardi che mai.

Però il passo che fa in più il presidente Gavazzi è bello lungo, perché un conto è avere direttive comuni e affrontare congiuntamente problemi e opportunità, un altro è dire che il gioco delle due squadre dovrà essere il più simile possibile a quello della nazionale.
La critica più puntuale ficcante a questa intenzione del presidente federale è stata scritta – a nostro parere – sulle pagine de Il Gazzettino di ieri, dove Antonio Liviero spiega in maniera chiara quali sono le tare che si porta dietro una simile impostazione. Il giornalista – uno dei più acuti e preparati in cose ovali tra quelli che scrivono al di qua delle Alpi – dopo aver registrato i casi di di forti legami tra singole squadre e determinate nazionali in specifici momenti storici (come il Munster e l’Irlanda a cavallo del 2009. O il Leinster di Joe Schmidt “travasato” sapientemente nella stessa nazionale irlandese tra la fine dello scorso anno e l’inizio di questo 2014 che ha riportato il Sei Nazioni a Dublino) passa alle critiche e alle annotazioni.
Vi riportiamo uno stralcio:

La prima: c’è spesso una simbiosi tra le nazionali e i club, con ricorso frequente a blocchi e strutture di gioco. Secondo: questo scambio avviene in senso ascendente, cioè dai club e dal movimento alla nazionale. Terzo: si vince prima nei club e poi in nazionale. Quarto: i ct possono scegliere tra diversi stili e modelli, anche se non più numerosi come un tempo. Questo sistema poggia sul fatto che le idee e le innovazioni nascono dal confronto, dalle rivalità, dalle differenze e dagli scarti. Senza che nessuno si sogni di dire allo Stade Toulousain o al Munster di turno come devono giocare. Diametralmente opposto invece il nuovo sistema pensato dall’Italia: il vertice che alimenta la base.

Liviero si chiede se la cosa possa funzionare, ma la sua è una domanda retorica perché sin dalla prima riga si intuisce che la sua risposta non può essere che un fermo “no”. Il giornalista tratteggia questa decisione del presidente Gavazzi come una sorta di imposizione di un pensiero unico. E voi siete d’accordo con le critiche di Liviero o l’impostazione del presidente federale vi piace? Diteci come la pensate!

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