Efficienza e programmazione fanno rima con Giappone: nella “house of the rising scrum”

ph. Toru Hanai/Action Images

“The house of the rising scrum” è un bellissimo e intraducibile gioco di parole che richiama una canzone folk statunitense resa celebre dalla versione arrangiata dagli Animals e che i giornalisti di lingua inglese utilizzano per indicare l’espansione che la palla ovale sta avendo nel Giappone, paese in cui oltre al sole ha iniziato a levarsi alta anche la passione rugbistica. L’ingresso della squadra nipponica nella top ten del ranking è solo la punta di diamante di un movimento che negli ultimi anni ha spinto con forza sull’acceleratore, puntando dritto al traguardo della Coppa del Mondo 2019, la prima ospitata fuori dai confini tradizionali di Ovalia. E proprio entro quella data la Japan Rugby Football Union si era data due obiettivi: l’ingresso nelle migliori dieci e il raggiungimento di quota 200.000 praticanti. L’ostacolo più difficile potrebbe essere superato, l’altro potrebbe essere una naturale conseguenza.

Ma quanto è cresciuto il rugby in Giappone negli ultimi anni? La palla ovale sembrerebbe essere ufficialmente arrivato nel 1899 grazie all’impulso di due studenti, laureati a Cambridge e poi trasferiti in Oriente per lavorare presso l’Università Keio di Tokio (ma siamo pronti ad essere corretti). Da quei primi tentativi si è arrivati ai circa 120.000 giocatori di oggi e ad una federazione strutturata in maniera molto efficiente, capace di coinvolgere e collaborare con i poteri politici nel processo di evoluzione e radicamento del rugby. Yoshiro Mori, Presidente federale già Primo Ministro, ha dichiarato l’estate scorsa che il Mondiale “è il singolo evento sportivo più grande mai ospitato in Giappone”, e c’è da giurare che dopo l’ingresso nella top ten ne sia ancora più convinto.
Nonostante da molto nel paese si sta lavorando per lo sviluppo di questo sport, se dovessimo trovare un prima e un dopo nella recente storia della palla ovale nipponica potremmo indicare i Mondiali del 2011: il Giappone, inserito nel Pool A, perde tre gare e pareggia con il Canada. Poi le cose cambiano: arriva Eddie Jones a costruire una nuova squadra, e con lui si sviluppa il momento positivo per spingere la palla ovale in tutto il paese. La vittoria contro il Galles e la garanzia di un Test in patria contro gli All Balcks non faranno che alimentare la passione.

Uno dei canali più sfruttati per la diffusione e il radicamento della palla ovale è quello scolastico, come la miglior tradizione anglosassone prevede: in seno a tutti i livelli di istruzione scolastica, da quelli inferiori sino alle università, stanno nascendo numerose squadre che partecipano a competizioni di livello locale e nazionale. Forte impulso sta avendo il rugby Seven, al punto che ad alcune tappe delle World Series 2013-2014 ha partecipato pure la squadra giapponese, così come discreto successo sta avendo la versione a tredici, tanto che negli ultimi anni sono stati inaugurati due tornei di League, uno nell’area di Tokyio e l’altro nella regione di Kansai.
A livello giovanile poi è stato recentemente raggiunto un importantissimo traguardo, con la nazionale Under 20 che ha conquistato ad aprile il Junior World Rugby Trophy, ottenendo il pass per il Mondiale Under 20 in programma il prossimo anno in Italia.

Un altro aspetto da non sottovalutare è la scelta di sempre più atleti di alto livello di firmare, anche per poche stagioni, con un club giapponese: George Whitelock è solo l’ultimo di un insieme che comprende, tra gli altri, Jerome Kaino, Sonny Bill Williams, Brad Thorn, Alesana Tuilagi, JP Pietersen, Fourie Du Preez, Wynand Olivier e altri ancora. Vero che molti di questi hanno scelto il Giappone a fine carriera, ma non è da sottovalutare l’impatto che simili trasferimenti hanno sull’intero movimento, un po’ come successo nel calcio a fine Anni Novanta con i giocatori italiani in uscita con destinazione Stati Uniti. Se poi le pressioni del Board sul SANZAR per inserire a partire dal 2016 un team giapponese nel Super Rugby dovessero essere accolte, c’è da scommettere che non saranno solo i fine carriera a scegliere il Sol Levante. Purtroppo o per fortuna la sensazione è che anche nello sport quella parte del mondo abbia iniziato a viaggiare ad una velocità diversa.

Di Roberto Avesani

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