Director of rugby, come far fare una rivoluzione copernicana alla palla ovale

ph. Sebstiano Pessina

Mettiamo che la nazionale si risollevi, che riprenda a giocare come ha dimostrato di saper fare nella prima fase della gestione Brunel, con quella freschezza e determinazione. Mettiamo che dai test-match di novembre si esca con un paio di vittorie e un ko a testa alta con il Sudafrica. Mettiamo poi che il Sei Nazioni 2015 sia più o meno sulla falsariga del 2013 e non di quello 2014. Mettiamo che succedano tutte queste cose: vuol dire che siamo fuori dal tunnel e che il movimento ha ripreso a pedalare nella giusta direzione? La risposta più facile e di pancia è un “sì” ma non siamo affatto convinti che sia quella corretta.
Perché la nazionale finora è stata una sorta di coperta delle tare del movimento e – tutto sommato – i problemi di cui parliamo oggi dopo un 2013/2014 davvero orribile sono i problemi di cui si discute da anni. Tanti anni. Sempre quelli. Scarsa “produzione” di giocatori, gli stessi che arrivano a maturazione con qualche anno di ritardo rispetto ad altre realtà, le difficoltà ormai perenni del rugby di base. Per non parlare della formazione di tecnici e dirigenti (di quest’ultimo aspetto non si parla praticamente mai).
E se gli azzurri andavano bene, o quantomeno potevano alzare la difesa delle sconfitte onorevoli, si diceva si stava lavorando bene, magari tra frenate e intoppi ma la strada era quella giusta. La verità è però che le sconfitte onorevoli sono finite da un bel po’ e che il movimento da tempo lancia segnali di forte stasi, se non di arretramento.
Per lungo tempo si è vissuto sull’onda dell’entusiasmo dei primi anni 2000, pensando che quella spinta potesse continuare ad autoalimentarsi grazie anche all’aumento del numero dei tesserati. Poi con l’ingresso nella Celtic League nonostante l’inevitabile depauperamento dell’Eccellenza, cosa alla quale non si è posto rimedio.
Ma ogni spinta per sua natura si spegne prima o poi e ogni movimento deve darsi regole e strutture per crescere: in Inghilterra ci sono oltre due milioni di tesserati ma la RFU ha una organizzazione dove nulla viene lasciato al caso e la programmazione è tanto chiara quanto conosciuta.

Da noi le cose sono un po’ diverse. Vuoi un po’ perché abbiamo un’altra storia diversa vuoi perché 16 anni di gestione da parte della stessa persona e dallo stesso gruppo dirigente non hanno aiutato perché inevitabilmente ogni gruppo di potere col tempo perde la sua spinta per pensare poi in gran parte alla sua perpetuazione. Succede in politica, nell’economia. Succede anche nel rugby. Il limite delle due legislature per i presidenti federali non può essere che un bene.
Da settembre 2012 il presidente federale è Alfredo Gavazzi che però non ha operato lo spoil-system che in tanti si aspettavano. Non ha messo i suoi uomini nelle posizioni-chiave. Qualcuno lo ricordava anche ieri – “Serviva un repulisti dopo 16 anni di gestione Dondi, invece si è continuato con le stesse facce, gli stessi nomi”, scrive Rugby 1823 – ma il nuovo presidente si è trovato con l’intero pacchetto dirigente a cui è stato rinnovato il contratto da Dondi sei mesi prima della fine della sua gestione. Ammesso che ci fosse stata l’intenzione, Gavazzi non ha potuto procedere a un rinnovamento.
Sta di fatto che questo è un po’ il nocciolo vero della questione, con il campo che sul medio-lungo periodo non può che fare da riflesso a una stasi che è più “politica”: una serie di dirigenti che da troppi anni ricopre sostanzialmente le stesse cariche quale che siano i risultati. Non vogliamo puntare il dito contro X o Y, non servirebbe a nulla, ma a fronte di dirigenti pressocché inamovibili il bene e – soprattutto – il male del nostro movimento viene così scaricato su un unico soggetto: il ct, che diventa così un perfetto alibi e parafulmine. Ct che intendiamoci ha ovviamente colpe e responsabilità, ma non tutte. E’ semplicemente sacrificabile affinché nulla si muova.

Come uscirne? Con l’introduzione di una figura che porterebbe a una vera e propria rivoluzione. Chiamiamolo Director of Rugby, responsabile tecnico, come vi pare, potrebbe esserlo lo stesso ct. Un ruolo a cui demandare l’intera direzione tecnica del movimento (dell’Alto Livello, il rugby di Base è mondo troppo diverso e necessiterebbe di una struttura dedicata). Fondamentale è che abbia carta bianca, senza lacci e lacciuoli di sorta. Un progetto che vada di 4 anni in 4 anni su cui poi fare valutazioni. Il lavoro al centro e l’appartenenza che viene messa da parte. Come avviene in tutte le altre federeazioni che contano.
L’altro lato della medaglia è un presidente sgravato così dall’aspetto tecnico e con compiti di rappresentanza “politica” e di riperimento di sponsor, più attento all’aspetto economico-diplomatco. Ovviamente il director of rugby dovrebbe rispondere al presidente federale e verrebbe giudicato sui risultati e sulla base di relazioni e approfondimenti statistici che a oggi non è dato sapere se vengono o meno stilati. Ad ogni modo non vengono comunicati. L’idea non è nemmeno così originale e ogni tanto riaffiora sui media italiani.
Basterebbe? No, non da sola almeno, ma sarebbe uno choc che potrebbe far ripartire il movimento. Ripensarlo. I risultati arriverebbero sul medio-lungo periodo ma forse tra 4 o 5 anni non saremmo qui ancora a discutere dei soliti problemi del nostro movimento. Che quello che ci diciamo oggi ce lo si raccontava già nel 2010. E anche prima.

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