Diario di un anonimo rugbista: un ricordo di Matteo, inimitabile mediano d’apertura e grande, grandissimo uomo

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Guardo le foto di rugbisti che corrono in sostegno ai malati di tumore, mi compiaccio di questi comportamenti, tuttavia non posso non pensare a Matteo, amico di tante battaglie, che ha passato la palla davvero troppo presto. Di storie come questa ne avrete sicuramente sentite tantissime, ma visto che ho la possibilità di scrivere, quando mi sento particolarmente ispirato, voglio approfittarne per raccontarvi la mia (nostra), che abbiamo avuto la fortuna di incrociare sui campi da rugby un ragazzo splendido, umanamente parlando e incredibilmente talentuoso, dal punto di vista sportivo. Era primavera, una di quelle non troppo calde, che però facevano presagire l’imminente arrivo dell’estate; chiaramente eravamo al campo da rugby, per preparare le ultime partite di campionato e, “come un fulmine a ciel sereno”, ci arrivò la notizia del trasferimento per motivi di lavoro del nostro mediano d’apertura, Michelino, prossimo cittadino in quel di Milano. Superato lo sgomento iniziale, ci consolò la reazione dell’allenatore, sempre positivo e propositivo: “nessun problema, il suo ruolo lo diamo a Matteo, il talentuoso trequarti della giovanile”. Ora dovevamo solo capire chi era questo Matteo. Così, buona parte della prima squadra, il giorno successivo si presentò agli allenamenti della juniores, per capire chi sarebbe stato il prossimo mediano d’apertura. Era impossibile non notarlo: capelli ricci mossi, fisico atletico e una visione di gioco, palla in mano, impressionante. Ora restava solo da capire come sarebbe stato il suo “impatto” a livello seniores. La sera si presentò con naturalezza, fece riscaldamento, provò gli schemi e colpì tutti, per il modo serio ed educato con cui gestì la sua prima esperienza in prima squadra. Sinceramente non stupì per estro, o per giocate incredibili, ma per la sua capacità di comunicare e gestire il gioco, sembrava avesse giocato con noi da tutta una vita. La domenica, chiaramente, tutto avvenne in maniera nettamente diversa: due mete segnate per Matteo e 18 punti al piede, una lunga serie di placcaggi e la consapevolezza, da parte di tutti, di avere la possibilità di giocare con un vero talento. Mancavano 4 partite e Matteo, le gioco tutte, segnò tanto, convinse tutti e, visto la sua giovanissima età (18 anni appena compiuti) si meritò anche la visita di qualche “cacciatore di talenti” (era già iniziata la corsa per “accaparrarselo”; giovane, di talento, italianissimo e fortissimo). Lui, tuttavia, rimase con i piedi per terra, continuò ad allenarsi, a lavorare nella bottega di famiglia, a scorrazzare per i campi con il suo cane e a guardare per ore (di solito la sera dopo gli allenamenti) la Rosa, la barista della club house, per la quale aveva una cotta giovanile decisamente pesante. Tutto filava liscio, fino ad un giorno di luglio, quando un semplice raffreddore iniziò a perseguitarlo. Non accennava a passare, così Maurino, il pilone, di professione dottore, gli prescrisse delle analisi più accurate. L’esito non fu per nulla piacevole, perché da quegli accertamenti, ce ne furono altri, ed altri ancora sempre più dettagliati e, spesso, invasivi. Così dopo venti giorni di controlli, l’esito: leucemia. La notizia spiazzo tutta la squadra. Le reazioni furono di grande sgomento, ma i più rimasero in silenzio. Matteo, invece, affrontò il verdetto con il solito spirito positivo, sorridendo. “Dai ragazzi non siate tristi, mica posso lasciarvi così, poi chi vi fa segnare le mete”, ci disse sorridendo quel martedì, lasciandoci, ancora una volta senza parole. I problemi tuttavia non tardarono ad arrivare. Erano altri tempi e le cure per malattie come quella, si potevano fare solo nelle grandi città e pagando tanto, cosa che la famiglia di Matteo non si poteva proprio permettere. Ma Matteo aveva anche un’altra famiglia: la squadra. Così tutti, e dico tutti, dai lavoratori salutari, ai dottori, agli operai, all’avvocato, ai panettieri, ai muratori, fino ai guardiani di notte e ai contadini, fecero una colletta e si misero a disposizione del nostro giovane amico. Ricordo tante staffette in macchina, tante terapie, tanti sorrisi, tantissime lacrime (sempre da parte nostra, in momenti di solitudine – perché Matteo affrontò tutto con il sorriso e con la voglia di farcela a superare questa difficile battaglia). Tre mesi passarono in fretta, troppa. I lunghi capelli ricci sparirono, il fisico subì il duro colpo delle terapie, ma la voglia di scherzare e di guardare al futuro, quella non gli passo mai. Si arrivò così quasi all’inizio della nuova stagione, mancava una settimana e Matteo, prima del solito passaggio verso l’ospedale, mi chiese di passare per il campo da gioco, perché voleva sentire il profumo dell’erba tagliata. Ricordo che scese dalla macchina, faceva fatica a camminare, feci per aiutarlo ma non volle supporto. Passeggiò verso i pali, raccolse un pallone da rugby e fece un lungo respiro, poi mi sorrise e rientrò in macchina. Matteo passò la palla quattro giorni dopo. Era un venerdì e la notizia ce la diede il capitano. La reazione fu solo un lungo silenzio. Ci allenammo, certo, e giocammo la partita di domenica, perché glielo dovevamo, a Matteo. Lui, ne sono certo, avrebbe voluto così: amava questo sport e amava la vita, soprattutto. È passato tanto tempo, ma ricordo quelle quattro partite sempre con grande affetto e mi ritengo fortunato, per aver avuto la possibilità di giocare con un grande talento, ma soprattutto con un grande uomo come Matteo.

La foto non si riferisce a nessuno, mi rcodava solo il periodo.